DI NUOVO

Non eravamo pronte, nessuno è mai pronto a certe notizie, e non lo saremo mai.

Nel 2011 abbiamo perso Anna Lisa, fu un colpo basso e duro, Oltreilcancro era nato da poco, eravamo, e lo siamo ancora, molto legate, sempre pronte a sostenerci, fu un colpo al cuore.

Non doveva succedere, ma a fatica e stringendoci tutte assieme abbiamo superato, o almeno, abbiamo sublimato quel dolore.

Due anni dopo toccò ad Anna, sapevamo, ma in cuor nostro speravamo e non l’avevamo persa quella speranza.

Gli anni sono passati, fra alti e bassi, paure e patemi, non ultimi lo scorso anno per Mia e Julia, ma ci siamo sempre sostenute e  incoraggiate l’una con l’altra.

Mai avremmo pensato di essere di nuovo colpite dal dolore in questo 2020 così travagliato, mai avremmo pensato che il cancro ci avrebbe teso un agguato coì improvviso e crudele.

La speranza non ci ha mai abbanonate, il nostro pensiero era che ce l’avrebbe fatta, che sarebbe rimasta fra di noi ancora per molto, per ridere, chiacchierare, consolarci e a riempire sempre di più il bagaglio delle esperienze che ci tenevano legate.

Ieri il cancro si è portato via Sara.

Sara che rimarrà sempre nei nostri pensieri e nei nostri cuori accanto ad AnnastaccatoLisa e AnnaWidepeak.

C’E’ TELEFONATA E TELEFONATA.

C’è telefonata e telefonata.

Quella di oggi è stata la telefonata che tutti dovrebbero ricevere nella vita.

Quella telefonata che ti alleggerisce, quella telefonata che allarga il sorriso e che allegerisce i pensieri.

Tutti nella vita meritiamo una telefonata del genere, una telefonata che può essere di un’amica, di un parente, della persona che non sentivi da tanto tempo e che chiama per riallacciare un discorso lasciato in sospeso.

LMiaMetà ha ricevuto la telefonata dell’Oncologa Guida, della perona che ci ha supportato in tutti questi anni, la persona che mi ha abbracciata un mese fa e ha asciugato le mie lacrime il medico che tutti dovremmo avere al fianco, l’angelo custode che ognuno di noi si meriterebbe.

La telefonata che ha allargato il sorriso sul volto de LaMiaMetà, è arivato istologico, tutte le sofferenze di quasi un anno hanno dato dei buoni frutti, il farmaco killer ha fatto il suo sporco lavoro, è riuscito a fermare il cancro ad un livello che ora ci permette di sorridere e di guardare avanti con gli occhi più sereni.

Adesso ripartiamo con i controlli, aspettiamo che questa emergenza finisca per poter tornare ai nostri programmi fatti di giri ne dntorni, weekend con la Tata e gli Storici del Cadore, di sogni ad occhi aperti per eventuali viaggi a lunga distanza, a progetti che possano andare oltre gli anni,tutte situazioi che fino a poco tempo fa non erano scontate, progammi che possiamo fare, prchè le 4 pastiglie ce lo permettono, o almeno ci danno la prosettiva che stiano lavorando per il verso giusto.

E noi si respira liberamente, le spalle sembrano più leggere.

CI SIAMO

Ci siamo, anche questo momento è agli sgoccioli.

Finalmente oggi pomeriggio la DottoressadiFerro ha detto sì, domani si torna a casa.

E anche questa volta siamo stati presi per mano, LaMiaMetà è stato più forte di quello he potevo pensare.

LaMiaMetà che ha sofferto, che ha avuto paura, che si è emozionato, che si è lasciato prendere per mano, LaMiaMetà che ho tenuto per mano per fargi sentire la vicinanza, la trepidazione, il mio volere che lui stesse bene, il mio non volerlo mai lasciare solo, perchè quando il gioco si fa duro, si gioca utti asieme e si fa squadra.

Io che ho  tremato, io he ho pianto, io che ho fatto la dura, io che ho fatto la roccia, io che mi sono sentita sulle spalle tutto il suo dolore, tutto il suo malessere, io che mi sono sentita impotente davanti a tanta sofferenza patita.

LaMiaMetà che ha sopportato, LaMiaMetà che non si è mai lamentato, LaMiaMetà che mi susurrava tutto il suo dolore, tutto il uo malesse fisico, LaMiaMetà con lo sguardo annebbiato dagli antidolorifici, LaMiaMetà prostrato dal malessere e dai pensieri neri e pesanti che affollano la mente di chiunque nei momenti di debolezza.

Io e LaMiaMetà che ci siamo sostenuti a vicenda in questi lunghissimi 10 giorni, LaMiaMetà che ha fatto tutto il lavoro grosso per venirne fuori, LaMiaMetà che non voleva pesarmi, LaMiaMetà che si illuminava quando mi vedeva, quando vedeva LaFiglia ma, soprattutto, che rinasceva quando vedeva la Tata.

Io e LaMiaMetà che siamo stati abbracciati, ed io no solo metaforicamente, dai medici che ci hanno sempre sostenuti e accuditi.

LaMiaMetà che finalmente domani torna a casa ed io domani sera, finalmente, non  sarò costretta ad andare a letto con la felpa per non sentire freddo.

LaMiaMetà che ha voglia di respirare aria di casa.

Io che ho voglia di ricominciare a mangiare ad orari decenti e cibo decente, fosse solo anche una pasta in bianco, a casa mia, circondata dal silenzio.

Io e LaMiaMetà che abbiamo già voglia di normalità, banalità e noia assieme.

 

VORREI SCRIVERE

Di un compleanno passato in maniera pimpante e frizzante, con LaMiaMetà, con gli amici, seduti attorno ad un tavolo, facendo a gara a chi le sparava più grosse  ridere, ridere, ridere fino ad avere male alle mascelle ed alla pancia.

Vorrei scrivere di aver passato un compleanno in giro per la città con LaMiaMetà, da soli, facendo merenda in un locale del centro, per poi continuare la nostra passeggiata,  ed io che mi fermavo ogni 2×3 a scattare foto.

Vorrei scrivere di un compleanno passato a mangiare una fetta di torta con la famiglia.

Invece sono qui a scrivere di un compleanno alternativo, quest’anno a livello di “alternativo”, ci siamo superati, abbiamo dato il meglio di noi stessi.

Ma va bene così, avremo tanti altri compleanni davanti per recuperare le risate, le chiacchiere, le mangiate e le fette di torta.

Va bene così, l’abbiamo passato assieme sorridendoci come sempre, ma lui forse un po’ più triste ed insofferente, ma a me è bastato, svegliarmi presto, quando fuori era ancora buio, per andarlo a svegliare, tanto io parto sempre con il buio, mi serve, mi occorre uscire con il buio per rimettermi assieme e dare un minimo di programma alla giornata.

Entrare in ospedale all’alba di una domenica mattina ha del surreale, nessuno in giro, le poche persone in giro sono assonnate dopo una notte di lavoro, oppure stanno entrando in servizi, molto probabilmente, la sera precedente hanno fatto tardi, con amici, famiglia o da soli, ma tirando tardi.

Entrare in reparto la domenica mattina quando le luci sono ancora spente, allungare subito l’occhio verso la camera 4 e tirare un sospiro di sollievo quando vedo ancora tutto buio, allungare il collo, fermandomi sulla soglia, per non fare rumore, per non svegliarlo nel caso stesse dormendo.

Tirare un sospiro di sollievo quando lo vedo dormire e mi sembra che sul viso abbia una espressione distesa e rilassata;

“Bene”, mi dico, “sta dormendo, mi sembra sereno, ha passato una notte tranquilla”.

Aspettare con pazienza in “soggiorno” che si accendano le luci e cominci la normale routine infermieristica, tornare a sbirciare.

E probbilmente sente avvicinarsi la mia presenza, se prima aveva il capo girato verso la finestra e gli occhi chiusi, adesso, appena mi affaccio alla porta, gira la testa ed apre gli occhi, mi guarda con lo sguardo un po’ annebbiato, ed il sorriso mi torna sulle labbra.

Sorrido ed intanto lo spio bene bene, prima di porre la domanda fatidica “Dormito?”.

Mi accenna di sì, gli prendo la mano e gli accarezzo la fronte ed aspetto che cominci il suo racconto, che riprenda il discorso, fra di noi, dalla sera precedente, quando ci siamo salutati a malincuore.

Sappiamo che davanti abbiamo 12 ore, molte delle quali passate lontani, lui in stanza ed io fuori da quelle porte in attesa, ma sappiamo che abbiamo davanti un altro giorno da passare assime, da raccontarci, da parlare, di sguardi e di silenzi, di passeggiate nei  corridoi e di tempo passato seduti uno di fronte all’altra nel tentativo di vita normale in ospedale.

Vorrei provare rabbia, delusione e quant’altro per il compleanno alternativo, ma non è così, c’eravamo tutti due, eravamo assieme, ancora e sempre NOI due.

Buon compleanno a me.

 

COSE BELLE

Ora di pranzo avanzata, praticamente non so se è pranzo o se è merenda, ma tant’è..

Dove vuoi mai che vada? E’ un orario talmente bislacco che, al di fuori delle mura dell’ospedale, un piatto di pasta difficilmente lo trovo, faccio buon viso a cattivo gioco e mi dirigo al bar dell’ospedale, lì sono sempre a pieno regime, un piatto di pasta o un panino robusto o un trancio di pizza come piace a me, lo trovo semre.

Certamente il luogo non è l’ideale, avrei voglia di non vedere camici bianchi, avrei voglia di silenzio, avrei voglia di un tavolo, una sedia e un piatto cucinato e non riscaldato in un forno a microonde, ma tant’è…

Certamente il distacco dall’ambiente ospedaliero, dall’aria che si respira all’interno della cerchia delle mura dell’ospedale, sarebbe diversa fuori, ma tant’è…

Certamente le persone che vedi sarebbero vestite diversamente, magari con qualche colore in più, oltre ai camici bianchi o le divise degi infermieri, ma tant’è…

Ma, a volte, la sorte gioca a tuo favore, e visto l’incontro caldo, avvolgente e rassicurante fatto, ne è vala la pena.

Seduta al tavolo di fronte al mio trovo l’oncologa de LaMiaMetà, ma io sono talmente immersa nei miei pensieri, che non la vedo, mentre lei….Lei si alza, prende il suo panino e mi si siede davanti con un sorriso caldo ed un abbraccio che mi ha riscaldata e, alla fine, le lacrime hanno preso il sopravvento, ma tant’è—

Ho parlato, anzi lei ha parlato con me, mi ha detto di stare tranquilla, che ha parlato con il chirurgo, con la dottoressa che segue LaMiaMeta nella sua degenza in terapia intensiva, che è tutto nella norma, che un maleseere, che i malori lamentati in questi giorni e il peggioramento di oggi, se lo aspettavano visto l’intervento eseguito in urgenza, prima che tutto ripartisse alla grande, che stamattina si erano consultati tutti assieme, che intanto avevano già approntato una  nuova terapia, domani faranno altri esami e vedranno come risolvere tutti i piccoli problemi che, messi tutti assieme, ne hanno creato uno grande: la sua demoralizzazione che non aiuta nella lunga e difficile ripresa.

LaMiaMetà, ascoltami, per favore, ascolta le mie parole: i medici stanno mettendo al tuo servizio tutto il loro sapere, tutta la loro esperienza, tutte le loro idee, si confrontano fra di loro, hanno a  cuore la tua situazione, stanno dando il loro massimo per rimetterti in piedi il prima possibile, ma tu ci devi mettere del tuo. Lo so, è facile parlare fuori da quel letto, senza nessun dolore o disagio addosso, ma tu ascoltami, se vuoi tornare a casa il prima possibile, se vuoi tornare a vedere i tuoi programmi beceri in televisione, ti devi impegnare, il tuo morale deve cambiare.

Buonanotte LaMiaMetà.

NO PANICO

Più facile a dirsi che a farsi.

Quando cominci a vedere i medici e gli infermieri correre, che ti mettono fuori dalla stanza in malo modo, quando cominci vedere il chirurgo che arriva quasi di corsa, il panico sale.

La paura, una vocina in fondo ti sussurra malignamente quello che non osi pensare.

Il panico ti prende allo stomaco, te lo senti stringere, si ribalta, senti le ondate di calore che vanno e vengno, tenti di essere razionale.

Una voce ti urla in testa che siete in un ospedale, che non può succedere nulla, perchè i medici ci sono, sono tutti lì per LaMiaMetà, che sta annaspando, che con gli occhi ti cerca, ma non ti trova, perchè tu sei fuori da quella porta, cerchi di capire dagli sguardi di chi entra ed esce cosa sta succedendo, come sta evolvendo la situazione.

Ed il tempo diventa lungo, eterno, tutto sembra fermarsi, e vorresti spingere, alitare sul collo di tutto il personale medico, di muoversi, di fare in fretta, perchè tu non puoi permetterti di…

Intanto il tuo povero stomaco fa le capriole, una infermiera ti accompagna lontano da quella porta, ti dice di aspettre fuori dal reparto, perchè non posso permettersi di avere parenti o altre persone fra i piedi, loro debbo agire in fretta e lucidamente mentre tu, lì fuori da quella porta con il tuo suardo implorante, sei un intralcio, e loro non possono permettersi distrazioni.

Il tempo si dilata, poi…finalmente esce il chirurgo e ti rassicura, tutto a posto, era solamente un malesse dovuto all’intervento, al dolore che si era fatto acuto e non aveva fatto in temp a chiedere aiuto, dopo tutto è stato una conseguenza: la mancanza di aria, l’eccessiva sudorazione, la nausea, i conati, che non si può permettere, la debolezza del digiuno quasi forzato, l’intestino che fatica a riprendere il suo assesto.

Ti senti svuotata, non sai chi ringraziare oltre a quell’ Uomo grande , competente e con lo sguardo da orsachiottone, vorresti ringraziare un qualsiasi dio che si è messo la mano sulla coscienza, ma tutto ti sembra poco per la felicità che ti riempie in quel momento.

LaMiaMetà sta riposando, ma io non posso entrare, lo debbo ancora lascire nelle mani del personale medico, ma va bene così, io, ormai su quelle sedie a tortura medioevale,ci ho costruito la mia casa. La Mia casa ora è lì, al di qua di quella porta che so, che prima o poi si aprirà, e tutto tornerà nella norma.

No pnico su quelle sedie, al di qua di quella porta chiusa.

QUI ADESSO ORA

In questi giorni frenetici, che scorrono come dentro ad una centrifuga, tutto diventa lontano, distante, faticoso.

La fatica, fisica e mentale, in questi giorni la fanno da padrone.

Prima lo stress, il tira e molla, di sentire cambiare la data dell’intervento ogni 12 ore.

Poi finalmente l’intervento, tanto atteso, inaspettatamente, è arrivato.

Adesso si va avanti per inerzia, si ruzzola, si stringono i denti, si va avanti a testa bassa, sapendo che è un momento transitorio, che fra poco ce lo butteremo alle spalle, che fra poco saremo presi da altri pensieri, altri impegni, saremo di nuovo sostenuti dalle 4 pastiglie.

Ma, in questo momento, la fatica fisica e mentale sono  veramente tanta roba.

Quella fisica dovuta agli spostamenti da una parte all’altra della città, con tutti gli annessi e connessi, file, rallentamenti, ingorghi, parcheggi che costano un rene e un litro di sangue, la fatica fisica delle attese davanti alle sale operatorie, sopra a sedie che rasentano la tortura medioevale, almeno proviamo a dare un minimo di conforto a quei poveri parenti che sono in ansia e in attesa di coloro che sono al di là di quelle porte, che quando si spalancano ti proiettano in un mondo futurista, fatto di tubi, luci accecanti e tante persone che si muovono, ognuno nel suo ruolo, che a noi sembra senza senso, mentre un senso compiuto ce l’hanno e loro lo sanno.

La fatica mentale è quella che ti stronca, perchè non sai cosa aspettarti quando aprono le porte del reparto e ti permettono di vedere chi sta facendo passare il tempo, al di là di quelle porte che non lasciano trapelare nulla.

La fatica mentale del vedere tubi, fili, che entrano in braccia, collo, vene, macchinari che con il loro ronzio di fanno capire che la persona a cui vuoi bene è lì, presente, in vita e sta  lavorando per rimettere in sesto quel fisico che sembrava indistruttibile, mentre adesso si presenta con tutte le sue fragilità.

E ben vengano tutti questi tubi, fili e macchinari che ronzano e portano vita, sollievo al dolore, alla fatica della ripresa.

Ma ora qui e adesso la fatica fisica e mentale la fanno da padrone.

TEMPO SOSPESO

“Apprensione, incertezza, attesa, aspettative, paura delle novità,fanno a un paziente più male di ogni fatica” (F. Nightingale).

Ed in questo tempo sospeso, in questo tempo di mezzo, che è fatto di attese, ci stiamo apprestando a fare venire domani mattina.

Certo, sappiamo il perchè, il per come, il decorso e cosa ci aspetta dopo, ma è sempre un attesa, oltretutto sudata e vorticosa, essendo cambiata diVerse volte nel giro di 12 ore.

Ma la nostra pazienza ci verrà in aiuto, il nostro sapere che dobbiamo affrontare uno scalino alla volta, le persone che ci circondano e che sono tutte lì, pronte, a sostenerci, ad aiutarci, fanno un sacco di bene all’anima.

Rimaniano con i piedi per terra, per concentrati sull’oggi, il domani ed il futuro.

Ci cerchiamo, ci stringiamo l’uno all’altra, puntellandoci e andando sempre avanti, sapendo che la soluzione salterà fuori, come per magia, dell’ennesimo cilindro del “mago” di turno, un mago che sa benissimo di cosa stiamo parlando e che sa dove mettere le mani.

Ed io rimango incantata dalla parlata toscana del medico che in questo momento ci ha presi pr mano.

La macchina si è messa in moto.

 

 

CAMMINARE NEL VENTO

Camminare nel vento ti lascia il tempo di riflettere.

Oggi si è alzato un vento forte, quasi sgarbato, anche se alla fine è un vento che si adatta allo stato d’animo, al marasma di emozioni che turbinano dentro la testa, come foglie impazzite, smosse dal vento.

Camminare nel vento attraverso parchi e giardini, dove l’unico rumore sono i tuoi passi quando calpestano le foglie secche agitate dal vento, dove l’unico rumore è proprio il fruscio delle foglie scompigliate dal vento freddo che sta soffiando.

Camminare nel vento che scompiglia capelli, pensieri, emozioni e paure.

Paure e dubbi che dovranno trovare risposte, ma che arriveranno man mano che andranno affrontate le situazioni.

Intanto, passo dopo passo, abbiamo una data per l’intervento che dovrebbe, almeno a detta dei medici, farci tornare ad una normalità che avevamo raggiunto con fatica e costanza, la normalità delle 4 pastiglie.

E avanti con il vento che, come scompiglia, rimette anche a posto.

 

CREDO DI AVERLO GIA’ DETTO

Tempo indietro, non ricordo se anni fa o mesi fa, l’ho già detto.

Ma è arrivato il momento di ridirlo.

Non mi si può venire a dire “Tanto tu sei abituata a vivere con ansia e paura e sai come gestire le situazioni”

No cara/o mia/o, non ci si abitua mai all’altalena sulla quale sali quando ti viene diagnosticato un cancro, che sia una diagnosi fatta a te persoalmente o ad una persona a te vicina, cara e con la quali stai condividendo la vita da 40 anni e passa.

Non ci si abitua all’incertezza, alla paura che ti attanaglia tutte le volte che vedi un cambiamento o quando aspetti di fare un esame o aspetti un esito.

Non ci si sbitua mai all’incertezza del domani, del futuro, per quanto si possa far finta di niente, per quanto si possano fare programmi a lunga scadenza, sotto sotto senti sempre quella vocina che ti ricorda di essere appeso ad un filo.

Ma stai tranquilla/o, la mia, la nostra vita ce la gestiamo benissimo, senza nessuna pelosa pietà o compassione.

Tanto noi ormai siamo abituati a questa altalena fatta di mesi o anni tranquilli, con le terapie che fanno il loro dovere, alternati a mesi in cui sprofondiamo nella paura più profonda, perchè qualcosa  è andato storto ed i medici stanno cercando una soluzione o una pezza da mettere ad una brutta situazione.

Dormi sonni tranquilli, che noi ce la mettiamo tutta da soli.