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ARIA DI CASA

E’ l’aria che respiro quando arrivo in Cadore.

Abbiamo passato un altro fine settimana in Cadore, dagli amici storici.

La scusa, questa volta, era il compleanno di Marina.

E quando il Cadore chiama, noi corriamo, io scalpito per ritornare in mezzo a quelle che sono veramente montagne, quelle che accarezzano e abbracciano man mano che ci avviciniamo.

Il Cadore, con i suoi caldi colori autunnali, anche questa volta ci ha regalato due giorni fantastici, fatti di chiacchiere, di calore e di amicizia, quella bella e sana che scalda il cuore.

In montagna, dove riesco sempre a rimettermi in pace con il mondo, dove riesco a rilassarmi, dove lascio sempre un pezzetto di cuore tutte le volte che ripartiamo per tornare a casa.

Il Cadore, la montagna dove sogno sempre di poter tornare per isolarmi quando il mondo della pianura comincia a starmi stretto, dove nessuno mi conosce e posso essere sempre me stessa, senza che nessuno si intrometta perchè sono scontrosa o poco socievole, perchè la gente di montagna è poco socievole, ma lo è con onestà e sincerità, lo è facendoti capire che, in caso di bisogno, loro sono lì pronti ad aiutarti concretamente.

Il  Cadore, l’Alto Adige dove sogno di tornare.

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VORREI

Vorrei che questi giorni non finissero mai.

Vorre che questi giorni passasserò in fretta, fra poco andrò in crisi di astinenza Tata e Cocca.

Vorrei che tutto filasse sempre così liscio.

Vorrei trovare le parole giuste per un’Amica.

Vorrei avere qualche bel viaggio in mente come lo scorso anno, ma qust’anno dobbiamo soprassedere.

Vorrei che l’estate non diventasse più calda di così, a me questo clima fresco al mattino e un po’ ventilato piace un sacco e una sporta.

Vorrei non sentire nessuna mancanza.

 

 

IL SOLE

Oggi, dopo una settimana di nebbia e grigio, è spuntato il sole.

Un bel sole di novembre, caldo e non invasivo, quasi dolce.

Un sole che ha aiutato a portare i passi, fattisi di nuovo leggeri, fuori casa.

Il sole che mi ha dato la forza di tentare a portare fuori di casa un’amica in difficoltà.

Il sole che ha aggiustato il tiro sulla profonda tristezza che provo quando penso a mia figlia, al dolore che ho provato la settimana scorsa quando l’ho vista stanca e stremata da una situazione lavorativa, in questo momento, un po’ pesante.

Questa figlia a cui vorrei regalare la serenità che la possa sostenere sempre nell’educazione della Tata.

Questa figlia che si dà sempre da fare per tutto e per tutti, questa figlia che vorrei sempre difendere dalle paure e dai problemi del mondo, questa figlia per la quale vorrei un po’ di calma e tranquillità.

Questa figlia che si merita solo cose belle, sorrisi, serenità e tranquillità

 

 

 

VORREI

Non sentire la stanchezza fisica e quella mentale.
Vorrei trovare parole intelligenti da dire.
Vorrei tornare indietro al 30 novembre e fermare il tempo.
Vorrei trovare un po’ di serenità per riprendermi e aiutare il Ferrari.
Vorrei uscire da quella bolla che mi sono costruita ed essere di nuovo reattiva e attiva.
Quella bolla fatta di famiglia, che aiuta, sorregge e supporta.
Vorrei cancellare dalla mia memoria l’immagine di martedì 1 dicembre.
Vorrei rivederlo sereno e contento, vorrei non vederlo soffrire così psicologicamente.
Vorrei sostenere non essere sostenuta.
Vorrei, ma bisogna guardare avanti ed adattarsi alla nuova situazione

LE SEDIE SCOMODE

Restiamo in attesa.
Sono scomode le sedie degli ospedali.
Non si trova la posizione, anche la mente non trova la posizione, non trova pace.
Quella mente che sta lavorando per trovare parole intelligenti, che si affanna a pensare al domani, quella mente che corre a lui, tentando di scaldarlo, di fargli capire tutto il bene.
E il tempo non passa mai.
Vorresti che passasse, ma sai che se arriva subito non si è recuperato nulla, sai che se non lo vedi arrivare per molte ore stanno facendo di tutto, e non sai cosa volere.
Ma il tempo non passa, i dubbi rimangono e non riesci a dirti di affrontare un passo alla volta, uno dietro all’altro come avete sempre fatto, assieme, in tutti questi anni.

LO SGUARDO

Uno sguardo,gli occhi che vedono, che captano, la mente che registra ed elabora.
L’uscita dall’ospedale sfinita, sfiancata, devastata da quelle ore di attesa in un reparto di oncologia, in giro in un ospedale nel mese d’agosto, dove vedi solamente la sofferenza piu crudele, fatta di bandane e di primi capelli, che poi sono solo peluria.
E il calarsi nei panni di queste persone, fa male, tanto male, lo stomaco si stringe e un nodo sale alla gola.Ma intanto noi procediamo lentamente, a piccoli passi.
Non si pretende nulla, solamente di avere tutte le volte qualche sorriso di incoraggiamento e le parole che servono per guardare sempre avanti con fiducia, nei medici, nella medicina e nella ricerca.
Io un po’ piu’ sollevata.

OROLOGIO

che non indosso da quasi 13 anni.
un po ‘per via delle allergie e un po’ per non doverlo guardare per capire l’ora, quanto tempo mi rimane.
il tempo che rimane è tutto quello che viviamo in pieno, fra alti e bassi, fra lacrime e sorrisi.
non ho bisogno dell’orologio per sapere, non ho bisogno dell’orologio per continuare a vivere.