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TIRAGLI LA PALLA

“Ciao Tata, ben ritrovata. Com’è andata la tua giornata scolastica?”

“Uhmmm…solito, sempre così”

“Così come? Banale? Noiosa? E i rapporti con i vostri compagni di classe maschi, come procedono?”

“Nonna, lascia stare, sono degli ebeti!”

“Ma dai, Tata, bisogna che anche voi ragazze, però, veniate a più miti consigli, non potete continuare a trattarli dall’alto al basso!”

“Nonna, sono degli ebeti, girali come vuoi, rimangono ebeti! Con loro bisogna comportarsi some con i cani! Hai presente Emma, detta la Cocca? Nonna…uguale…se tu gli tiri una palla loro sono contenti, corrono, la rincorrono, la vanno a prendere ,poi te la riportano, con un gran sorriso stampato sulle labbra, felici, in attesa che tu gliela ri-tiri…così loro possono rincorrerla e riprenderla felici….Sono ebeti!”

Nulla da ribattere, è troppo lapidaria!

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ALL’USCITA

Siamo uscite dall’Ospedale Speciale che segue la Tata, con ancora tanti dubbi e tante incertezze.

Ci siamo guardate, nei nostri occhi abbiamo letto gli interrogativi sul futuro suo, su come fare e muoverci.

Ci aspettano altri 6 mesi di indagini, di esami per lei ed incertezze per noi.

Decido di rientrare da sola, ho bisogno di camminare per schiarirmi le idee, per combatter quel senso di oppressione che mi sento addosso da un po’ di tempo, esattamente da quando hanno chiamato per incontrarci, per questo primo step fatto.

Scendo dal bus, le saluto, sorrido, anche se tutto mi pesa, mi incammino verso il centro, con un unico obiettivo, entrare da Feltrinelli per distrarmi, per vedere di rimettere un po’ di ordine nelle idee, nei pensieri .

Giro fra gli scaffali, niente riesce a colpirmi, tutto mi scivola addosso, capisco che non è giornata, che anche Feltrinelli non riesce a fare il miracolo.

Mi ributto fra le strade, ricomincio a camminare, sentendo i pensieri che macinano dentro la testa, che si adeguano al ritnmo dei passi, le vetrine sfilano sotto agli occhi senza catturare la mia attenzione.

I miei pensieri sono tutti rivolti alla Tata, al suo futuro, a cosa fare domani.

Mi ripeto che non è nulla di grave, che si troverà la soluzione, che di questa sindrome non si muore, ma n0n avere ancora un responso definitivo fa vacillare le sicurezze.

Un beep-beep dal cellulare, temporeggio, non ho voglia di niente, non ho voglia di leggere, di sapere chi dall’altra parte può avere inviato un messaggio scherzoso, ma poi mi faccio mille scrupoli e leggo.

Un’amica ha bisogno, un’amica chiede ascolto per uno sfogo.

Un’amica va ascoltata, accantono tutto e comincio a pensare a cosa dire, a cosa rispndere, il ritmo dei passi mette assieme pensieri che si traducono in parole, sperando di conforto.

Un’amica e la Tata sono nei miei pensieri.

 

 

QUELLO CHE HO DENTRO

E’ rabbia, è tristezza.

Vedere buttare via, vedere sciupare una vita in questa maniera mi fa rabbia, mi fa tristezza e l’impotenza acutizza ancora di più questi sentimenti dentro di me.

A 46 anni mi sono ammalata di cancro e, per farmi muovere, mi hanno impaurita, mi hanno detto che se volevo arrivare a compiere i 47 di anni, dovevo mettere tutto in secondo piano e muovermi.

Avevo compiuto 46 anni solamente 3 mesi prima.

Adesso ho 60 anni, ne sono passati 14 da allora, ma non sono stati anni facili, vissuti tutti in pianura ed in poltrona, sono stati anni difficili sia sul piano della salute fisica che sul piano della salute mentale.

Ma mi sono rimboccata le maniche, ho tirato fuori i denti e ho lottato, con le mie forze e con le forze che gli altri mi hanno messo a disposizione. Ho grattato il fondo del barile, ma mi sono dovuta scrollare perhè non c’era nessuno che lo poteva fare per me, non c’era nessuno che lo poteva fare al posto mio.

Non so ce l’ho fatta, o almeno, mettiamola così, non so se sono diventata la persona perfetta che tutti vorremmo essere , ma sono diventata una persona con un certo equilibrio.

E adesso vedere persone che buttano via i loro 46 anni così, perchè non riescono a prendere il coraggio a due mani per tirare fuori i loro problemi, mi fa rabbia, mi fa tristezza.

A 46 anni hai ancora tanta vita davanti, ormai hai i figli grandicelli, dovresti cominciare ad assaporare la calma e la tranquillità che hai per le mani, non buttare via così il tutto perchè non vuoi tirare fuori i problemi, i “non detti”.

Ci vuole tanta forza e tanto coraggio, ma bisogna averlo personalmente, non aspettare che arrivi qualcuno con la bacchetta magica a tirarti fuori dalla melma.

 

UN NUMERO TONDO

Diversi anni fa mi dissero che se volevo arrivare a compiere 47 anni dovevo cominciare a lottare…ne avevo appena compiuti 46.

Un paio di giorni fa ne ho compiuti 60.

Un bel numero tondo, un numero importante, che mi piace dire.

E lo dico a tutti con il sorriso sulle labbra, a volte ridendo forte forte.

Ho raggiunto un traguardo, uno dei tanti.

Ho raggiunto l’età da “nonna”, da un paio di giorni sono ufficialmente entrata nel mondo delle “nonne” sia di fatto che di età.

Ho ricevuto tanti auguri, tanti regali, tanti sorrisi.

E tutti sono stati speciali, ma mi hanno particolarmente commossa gli auguri fatti al telefono dallo zio Walter e la frase dedicatami dalla Figlia su Facebook.

E tutti i regali ricevuti hanno scaldato il cuore, ogni bigliettino arrivato ha aggiunto calore alla mia vita.

Ed infine il regalo più importante: l’album creato dalla Figlia e dalla Tata con tutte le foto più importati che hanno contraddistinto questi primi 60 anni.

Album in cui tutte le persone importanti so..no entrate, sono rappresentate, persone che hanno scandito questo lungo cammino, persone che sono sempre  state al mio fianco e che continueranno ad esserci.

Ed ora via, in pompa magna per raggiungere un altro numero tondo, un altro compleanno importante.

 

 

BISCOTTI

Vale sempre la pena fare i biscotti.

Impastare, mettere le mani in pasta, sminuzzare, amalgamare.

Aspettare il tempo necessario perchè la frolla solidifichi un po’.

E intanto pensare, cercare di capire il perchè del malumore, per poi, alla fine, arrabbiarsi,

E allora si sfornano biscotti, sperando che il tempo, le attese stemperino un po’ l’ansia, l’arrabbiatura e il malumore,

Manca un esito, manca la conferma scritta che va tutto bene, manca un foglio per poter definitivamente chiudere il cerchio del 2016, ma quel foglio serve, mi serve per prendere l’appuntamento con la Mia Oncologa, mi serve per sentirmi dire che va tutto bene, che è tutto a posto, che ne riparliamo alla fine di quest’anno.

Senza quel foglio, mi sento persa, senza quel foglio sono di malumore.

Intanto i biscotti cuociono in forno.

ASCOLTARE

ascoltare il dolore altrui è impegnativo.

non sai come gestirlo, ti basi sulle tue emozioni, ma sai che potrebbero anche non essere quelle dell’interlocutore che in quel momento sta cercando conforto in te

a volte è meglio il dolore proprio, perchè si sa cosa si vuole e dove cercarlo, ma il dolre altrui, per quanta empatia ci possa essere, è difficile da gestire, è difficile trovare sempre parole nuove  che possano sortire l’effetto desiderato, recare conforto, sollievo.

e alla fine della conversazione, non sai come puoi aver svolto il tuo compito, rimane il dubbio che avresti potuto  dare di più

il dolore altrui, non è il tuo dolore ed è impegnativo.

E POI VENNE….

….mercoledì, che è riuscito a dare una svolta alla settimana.

La colazione a casa dalla mia compagna di letture è riuscita a rimettermi a bolla.

Una mattinata passata a chiacchierare, una mattinata passata a bere tè e mangiare biscotti ha fatto il miracolo.

Il miracolo delle chiacchiere intelligenti che aiutano a rimettere sotto la giusta luce la vita, chiacchiere che riescono a spazzare via tutto il piattume che fino ad allora ti è stato riversato addosso.

Perchè negli ultimi tempi ho toccato con mano l’inutilità, la pochezza, negli ultimi tempi le compagne di merende erano un po’ latitanti, prese da mille impegni, e la serenità delle colazioni con loro era svanita.

Avevo bisogno di rimettermi in sesto, in pace, avevo bisogno di toccare con mano che attorno ame non esistevano solamente personaggi di poco spessore, personaggi che non davano nulla, ma mi stavano succhiando tutta l’energia di cui potevo disporre.

Era servita a poco anche la colazione fatta la settimana scorsa con la mamma dell’amica della Tata, mi aveva ridato ossigeno, mi si erano illuminati gli occhi, ma poi tutto mi aveva travolto, la pochezza era talmente tanta che ho rischiato di rimanere seppellita.

E dopo mercoledì è venuto giovedì, con la colazione assieme alle compagne di merende e LaFiglia, le risate sono state tante e di pancia, e la serenità si è rafforzata, la giusta luce stava ricominciando ad uscire.

Ed infine stamattina colazione con Scabry e le risate e le chiacchiere intelligenti, l’ascoltare parlare questa mamma, capire che le nostre bimbe sono tutte uguali e che tutte stanno attraversando un periodo difficile, di passaggio, rasserena, aiuta.

La settimana si è ripresa.