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ALEGRIA

E’ quella che è entrata magicamente oggi in casa.

E’ quella allegria fresca e serena della Tata.

E’ arrivata con il suo sorriso di quattordicenne serena e felice per la fine di un anno scolastico pesante e triste.

E’ arrivata portando chiacchiere, risate e stupidera tipica dell’adolescenza.

Abbiamo sistemato la tracollina sfiziosa che si è regalata per la bella promozione, abbiamo preparato il pranzo in attesa che arrivasse il nonno, mi ha raccontato della quasi normalità ritrovata con le amiche, del compleanno che festeggeranno domenica dell’amico, di cosa fanno quando si tovano e magari vanno in centro.

E’ arrivata la leggerezza che ultimamente latitava.

E’ arrivata ed ha portato uno spiraglio di sole e aria pura.

UNA BOCCATA D’ARIA

Una boccata d’aria assieme, in  solitaria.

Fra alti e bassi due passi all’aria aperta, lontano da tutti, in strade di campagna solitarie.

Due passi assieme, come prima, al sole, lasciando che il sole ci scaldi, lasciando che un po’ di aria tiepida ci tiri su.

Due passi possono cambiare la prospettiva della giornata.

Un po’ il calore del sole, un po’ la voglia di alleggerire la mente, un po’ guardare in lontananza le persone che passeggiano lentamente, un po’ la nostra voglia di nomalità, e il pomeriggio scorre veloce.

Dopo due passi all’aria ed al sole di questa pimavera anticipata, il rientro è più facile.

La vita, la ricerca di un equilibrio e di una normalità, ai tempi del Coronavirus.

CASA

Finalmente la meta è stata raggiunta, finalmente a casa.

Il vaso era già pieno, la sopportazione de LaMiaMetà era già al limite.

I miei nervi cominciavano a vacillare.

LaMiaMetà era troppo insofferente, comiciavo a temere che non avrebbe retto ancora per molto.

Le mie energie si stavano esaurendo più rapidamente di quanto pensassi.

Ma adesso, buttiamoci tutto alle spalle, approfittiamo di questa settimana di tregua prima di ricominciare a frequentare ospedali, medici, visite, controlli.

Fingiamo di essere in vacanza, anche se la mente fatica a staccare dall’ambiente ospedaliero, forse siamo ancora increduli.

Ma finalmente casa.

VORREI SCRIVERE

Di un compleanno passato in maniera pimpante e frizzante, con LaMiaMetà, con gli amici, seduti attorno ad un tavolo, facendo a gara a chi le sparava più grosse  ridere, ridere, ridere fino ad avere male alle mascelle ed alla pancia.

Vorrei scrivere di aver passato un compleanno in giro per la città con LaMiaMetà, da soli, facendo merenda in un locale del centro, per poi continuare la nostra passeggiata,  ed io che mi fermavo ogni 2×3 a scattare foto.

Vorrei scrivere di un compleanno passato a mangiare una fetta di torta con la famiglia.

Invece sono qui a scrivere di un compleanno alternativo, quest’anno a livello di “alternativo”, ci siamo superati, abbiamo dato il meglio di noi stessi.

Ma va bene così, avremo tanti altri compleanni davanti per recuperare le risate, le chiacchiere, le mangiate e le fette di torta.

Va bene così, l’abbiamo passato assieme sorridendoci come sempre, ma lui forse un po’ più triste ed insofferente, ma a me è bastato, svegliarmi presto, quando fuori era ancora buio, per andarlo a svegliare, tanto io parto sempre con il buio, mi serve, mi occorre uscire con il buio per rimettermi assieme e dare un minimo di programma alla giornata.

Entrare in ospedale all’alba di una domenica mattina ha del surreale, nessuno in giro, le poche persone in giro sono assonnate dopo una notte di lavoro, oppure stanno entrando in servizi, molto probabilmente, la sera precedente hanno fatto tardi, con amici, famiglia o da soli, ma tirando tardi.

Entrare in reparto la domenica mattina quando le luci sono ancora spente, allungare subito l’occhio verso la camera 4 e tirare un sospiro di sollievo quando vedo ancora tutto buio, allungare il collo, fermandomi sulla soglia, per non fare rumore, per non svegliarlo nel caso stesse dormendo.

Tirare un sospiro di sollievo quando lo vedo dormire e mi sembra che sul viso abbia una espressione distesa e rilassata;

“Bene”, mi dico, “sta dormendo, mi sembra sereno, ha passato una notte tranquilla”.

Aspettare con pazienza in “soggiorno” che si accendano le luci e cominci la normale routine infermieristica, tornare a sbirciare.

E probbilmente sente avvicinarsi la mia presenza, se prima aveva il capo girato verso la finestra e gli occhi chiusi, adesso, appena mi affaccio alla porta, gira la testa ed apre gli occhi, mi guarda con lo sguardo un po’ annebbiato, ed il sorriso mi torna sulle labbra.

Sorrido ed intanto lo spio bene bene, prima di porre la domanda fatidica “Dormito?”.

Mi accenna di sì, gli prendo la mano e gli accarezzo la fronte ed aspetto che cominci il suo racconto, che riprenda il discorso, fra di noi, dalla sera precedente, quando ci siamo salutati a malincuore.

Sappiamo che davanti abbiamo 12 ore, molte delle quali passate lontani, lui in stanza ed io fuori da quelle porte in attesa, ma sappiamo che abbiamo davanti un altro giorno da passare assime, da raccontarci, da parlare, di sguardi e di silenzi, di passeggiate nei  corridoi e di tempo passato seduti uno di fronte all’altra nel tentativo di vita normale in ospedale.

Vorrei provare rabbia, delusione e quant’altro per il compleanno alternativo, ma non è così, c’eravamo tutti due, eravamo assieme, ancora e sempre NOI due.

Buon compleanno a me.

 

I PERIODI DELLA VITA.

“Ogni periodo della vita ha le sue amicizie”  (D. Heldt)

Che cambiano man mano che cresciamo noi.

Ma ci sono amicizie diverse che restano radicate in noi e si modellano ai nostri cambiamenti, ma hanno qualcosa che le tiene aggrappate a noi.

E sono rapporti preziosi, perchè hanno sopportato tutte le tempeste che la vita ci ha messo davanti.

Sono legami quasi infrangibili, che hanno superato tuti gli ostacoli ed i bastoni che, il tempo, ha tentato di mettere fra gli ingranaggi.

Sono quelle amicizie che ti sorreggono nei momenti difficili.

Sono quelle amicizie che saltano e ridono con te nei momenti di cretineria e di allegria.

Sono quelle amicizie cementate da tante ore accademiche e domande profonde, alle quali tentiamo di dare risposte razionali.

Sono amicizie nate sui banchi di scuola e, che fra alti e bassi, rimangono annodate a noi e quando pensi a queste amiche o amici, sai di essere al sicuro, e tutto torna ad essere più leggero e sereno.

Sono le amicizie che casualmente hai incontrato per vie traverse, su una spiaggia e si sono radicate nella tua vita ed ora le consideri Amicizie Storiche.

Sono le amicizie che sono nate tramite la Tata e che tutt’ora vedi con gioia e che ti fanno da stampella nei momenti bui.

Sono le amicizie che non sono sparite.

 

GUARDANDO AL NUOVO ANNO

Guardiamo avanti, lasciamoci alle spalle un 2019 veramente pesante e irto di imprevisti.

Un 2019 che si è riscattato solamente negli ultimi 14 giorni.

Sono stati giorni di attesa, giorni frenetici ma anche giorni che ci hanno portato a viaggiare e a grasse risate.

Guardando al nuovo anno, nessun proposito di fare chissà cosa, ma cercando di vivere il più serenamente i giorni che verranno,

Guardando al nuovo anno con trepidazione e, a volte, un filo di paura, da questo primo mese dipende il percorso che si dovrà affrontre negli altri 11 e negli anni, che so saranno tanti, a venire.

Avanti a testa alta e muso duro.

UN PIEDE DAVANTI ALL’ALTRO

Il biogno di camminare, in silenzio, da sola, mettendo un piede davanti all’altro, per rimettere assieme una parvenza di normalità.

Un gesto semplce, come quello di mettere un piede davanti all’altro, per ritrovare una sembianza di consuetudine quotidiana, fortemente scossa negli ultimi tempi.

Un piede davanti all’altro,  una azione banale, per ritrovare una banale normale e noiosa, questo mai, quotidianità, che mi è mancata molto ultimamente.

Un piede davanti all’altro per ricominciare a dormire di notte, per ricaricare le batterie, significa svegliarsi al mattino con gi occhi impastati di sonno, ma non di lacrime represse ed ingoiate per non soccombere ai pensieri, alla rabbia.

Una normalità fatta di un “Buongiorno” detto senza ringhiare.

VOLA IN ALTO

E’ da stamattina che il tam tam si sta diffondendo.

La morte improvvisa di un tredicenne ha scosso la quiete di questo scampolo di vacanza che è rimasto ai nostri ragazzi.

La morte di un loro ex compagno di classe li ha bruscamente risvegliati, li ha messi di fronte al dolore, alla perdita di ua persona conosciuta, li ha messi davanti al passo più importante della vita: la Morte.

E adesso sta a noi adulti accompagnarli attraverso tutte le fasi del dolore.

Certo non eri uno stinco di santo, ma ci stiamo ancora tutti chiedendo cosa potesse essere successo un anno e mezzo fa che che ti ha trasformato nel bullo che eri diventato, nel ragazzo di 13 anni che eri diventato,  bullo, smargiasso, ma tanto fragile ed  influenzabile.

Anche se non dobbiao meravigliarci di nulla, perchè sappiamo tutti che il mestiere del genitore, è quello più difficile al mondo, non si può e non si dovrebbe morire improvvisamente a 13 anni, stroncato da una patologia che ultimamente,sembra, ti stesse dando tregua.

Abbiamo avuto tutti 13 anni, le cavolate le abbiamo fatte tutti, quindi non meraviglimoci dei tuoi atteggiamenti, in epoche e maniere diverse, abbiamo tutti cercato di uscire dal branco, di farci più grandi di quello che eravamo, ma tu hai pagato il prezzo più caro.

Vola in alto ora, libero dai tuoi fantasmi.

STA CRESCENDO

…ed io non sono pronta.

La vedo crescere di giorno in giorno, nei gesti che compie, gesti che fino a ieri non erano nelle sue abitudini, tipo, per esempio, prendere al volo le chiavi di casa quando usciamo al mattino.

La sento crescere nei discorsi e nelle parole che pronuncia, nei progetti che fa, tipo, per esempio, come gestire il venerdì sera fra di noi da settembre in poi, quando comincerà la scuola superiorie:

“Sai nonna, ho pensato, che io verrò da te il venerdì sera a cena e rimarrò a farti compagnia fino verso le 22, poi, o tu mi riaccompagni a casa o chiedo alla mamma o papà se mi vengono a prendere”.

“Ma Tata, il bus che ti porterà a scuola ferma anche vicino a casa della nonna!!!”

Cercavo una soluzione, le sue parole mi avevano spalancato davanti agli occhi la sua crescita.

Io non sono pronta.

ASCOLTARE IL DOLORE

In una sera fredda, dove la pioggia è mista alla neve.

Esco per portare la spazzatura, domani è il giorno di ritiro della indifferenziata e della plastica.

Esco veloce, appoggio i contenitori fuori sulla strada, mi stringo nel cappotto, è freddo, la pioggerellina mista a neve bagna gli occhiali e tenta di insinuarsi sotto al piumino.

Sto per aprire il portone quando mi sento chiamare.

Lì è cambiata tutta la prospettiva, non mi interessava più della pioggia, della neve, del freddo, del buio.

Era una amica che chiamava da dentro la sua auto, era in attesa della figlia e del nipote, chiamva, chiedeva ascolto in quel preciso istante.

Ed io ho ascoltato il suo dolore, non sapendo come consolarla, non essendoci maniera di lenire il suo dolore, non c’era maniera di comprendere perchè il destino, il fato o chi per lui, si fosse accanito in maniera così crudele nel giro di 5 anni con questa amica.

Mi sono sentita impotente, non potevo fare altro che ascoltarla, stringerle le mani, seduta di fianco a lei, in quella sera fredda che stava diventando sempre più fredda e sempre più buia.

Non ho potuto fare altro, le ho solamente asciugato le lacrime, non ho potuto fare altro che ascoltare il suo dolore.