LA PAURA CHE NON TI ASPETTI

E’ quella che ho provato la settimana scorsa quando LaMiaMamma è stata male.

Mi sono spaventata, ci siamo spaventate io e LaMiaSorella.

Così a mente fredda, allora, nessuna reazione emotiva, solo la freddezza del capire quello che dicevano i medici, la freddezza e il calore per sostenerla, per coccolarla, per non farla sentire a disagio, per alleviare le sue sofferenze e paure.

Ma adesso, non più a mente fredda, la paura che mi sono presa, è stata tanta, il senso di smarrimento, il non riuscire a concepire che poteva essere un malore fatale. il non essre pronte a quello che sarà.

Non siamo pronte, diamo per scontato che lei sarà sempre al nostro fianco, a sostenerci, ad incoraggiarci, ad ascoltarci, con il suo modo dolce di tutte le mamme.

Il magone e le lacrime stanno spingendo.

 

UN PIEDE DAVANTI ALL’ALTRO

Il biogno di camminare, in silenzio, da sola, mettendo un piede davanti all’altro, per rimettere assieme una parvenza di normalità.

Un gesto semplce, come quello di mettere un piede davanti all’altro, per ritrovare una sembianza di consuetudine quotidiana, fortemente scossa negli ultimi tempi.

Un piede davanti all’altro,  una azione banale, per ritrovare una banale normale e noiosa, questo mai, quotidianità, che mi è mancata molto ultimamente.

Un piede davanti all’altro per ricominciare a dormire di notte, per ricaricare le batterie, significa svegliarsi al mattino con gi occhi impastati di sonno, ma non di lacrime represse ed ingoiate per non soccombere ai pensieri, alla rabbia.

Una normalità fatta di un “Buongiorno” detto senza ringhiare.

LACRIME

Di rabbia, di frustrazione, di gioia.

Di rabbia  per i pensieri ed i problemi che vengono caricati da persone che non hanno nulla a cui pensare veramente, persone che non hanno una vita, ma anzichè star lì a pensare e strologare come sentirsi importanti all’interno di un condominio, fatevi una vita, uscite, andate al cinema, a teatro, a mangiare una pizza con amici, andate a fare una passeggiata all’aria aperta, così si apre anche la mente ed esce la puzza di muffa che vi alberga dentro.

Di frustrazione per il tempo passato ad ascoltare la rabbia degli altri per il caos creato da queste persone senza altra vita o pensieri.

Di gioia, e queste mandano in soffitta tutte le altre, per le parole, i sorrisi, il conforto ed i programmi futuri fatti con Gli Storici del Cadore.

La fine di dicembre è dietro l’angolo e  finalmente avremo tantissimi giorni da passare assieme in leggerezza e serenità.

Marina e Alberto stanno arrivando e con loro la felicità.

 

 

IERI

Una telefonata che  mi ha destabilizzata, che mi ha sprofondata in una tristezza infinita.

Ieri una telefonata mi ha portato via un pezzetto di serenità.

La mia oncologa di riferimento, la mia àncora di salvezza, a fine anno va in pensione, lascia il dipartimento oncologico che da 16 annni a questa parte mi segue, ed io mi sento sola, in balia, non so chi troverò al prossimo controllo, un filo di ansia mi sale.

E’ il secondo oncologo di riferimento che cambio in 16 anni e questa volta mi sento proprio persa, con questa dottoressa si era instaurato un buonissimo rapporto di fiducia, mi ascoltava, la ascoltavo, tutte le volte ci scambiavamo energie e alla fine della visita un caldo e rassicurante abbraccio.

Ieri ho pianto.

PARLARE AGLI ADOLESCENTI

E’ difficile e faticoso, perchè sai che devi pesare ogni parola, perchè sai che loro cercano in te uno scoglio a cui aggrapparsi per superare la burrasca.

Parlare della morte di un loro compagno, di un loro amico è difficile e faticoso.

Esorcizzare la loro paura, il loro sconforto, la loro angosscia è ancora più difficile e faticoso, perchè, tu adulto, sei nelle loro stesse condizioni e non vorresti che il pensiero egoistico che hai fatto, venisse mai a galla, perchè hai paura che loro, adolescenti, lo percepiscano.

In tanti anni di pianeta cancro mi sono trovata a consolare, a trovare le parole per tutti, per tanti, per me, ma questa volta è duro, faticoso, la mente è inchiodata al dolore, alla sorpresa, al solito pensiero egoistico che da ieri ogni tanto fa capolino.

Parlare agli adolescenti in questi frangenti significa prima di tutto ascoltarli ,lasciarli parlare ed ascoltare attentamente le loro parole, i loro pensieri, ma ascoltandoli veramente, concentrandosi su di loro, senza  interromperli, ascoltando e percependo anche le loro più piccole sfumature, emozioni, e da lì partire con le parole che possano alleviare il loro sconforto.

Da lì partire e trovare le parole giuste per sviscerare le loro emozioni, fargli capire che è normale che si sentano persi, che non c’è da vergognarsi a piangere, perchè la perdita di un compagno, amico è un macigno, devi fargli capire che non debbono sentirsi in colpa se fino a poco tempo fa dicevano che non lo sopportavano, che non gli stava bene il suo comportamento, adesso tutto questo viene messo in  discussione dalla sua morte.

Da lì bisgona partire e fargli capire che, se adesso provano dolore, che se adesso sentono la sua mancanza è perchè proprio così inviso non era, qualcosa di buono questo ragazzo ha lasciato nei loro cuori e nelle loro menti.

E tu adulto, scacci per l’ennesima volta, il pensiero egoistico che ogni tanto fa capolino.

MA POI PASSA

Sta diventando il mantra degli ultimi giorni.

Non abbiamo ancora visto l’esito della pet di controllo effettuata venerdì, l’ansia sale, lo scormento pure, la paura si insinua lentmente.

E domattina dobbiamo andare alla visita di controllo , ma ci andiamo senza sapere cos’ha detto la pet, ci andiamo con i mille dubbi insinuati dal fisiatra per alleviare i mille dolori che la Bomba Atomica ha scatenato

Il positivismo a volte vacilla, le lacrime ogni tanto provano ad uscire, ma poi c’è sempre qualcosa o qualcuno per le quali vanno ricacciate indietro.

Ci si sente fragili ,in balia degli eventi e co la pura di non riuscire a dominarli o a tenerli sotto controllo.

Ma poi passa.

NIENTE E’ SCONTATO

Abbimo fortune che non  sappiamo di avere, perchè per noi è normale così, per noi è sempre stato così, ma non diamo per scontato che sia sempre così.

Le parole di un’amica ieri mi hanno fatto riflettere su questa cosa.

Oggi un’altra amica si è offerta di darmi un vecchio servizio di piatti per aiutarmi a sfogarmi.

Sempre oggi un’altra amica ha trovato le parole per farmi vedere l’altra faccia della medaglia.

Stamttina un’amica molto affine a me, mi ha incoraggiata dicendo che il mio muovermi, in determinate situazioni, come un ariete è giusto, di continuare su questa strada.

Tutti aiuti che in quedto momento servono.

Mi ero ripromessa di non parlarne, ma  il peso che ho cominciato a sentire da sabato sera, mi stava schiacciando, mi stava togliendo la lucidità di ragionamento e di azione, non volevo angustiare mia sorella che ho visto domenica in occasione della cena a Cervia con gli storici del Cadore, non volevo angustiare LaMiaMamma, ma poi il peso mi stava schiacciando, mi stava soffocando, avevo necessità di sapere che qualcuno da qualche parte condivideva con me ansia, paura, lacrime ed angoscia  su di un  futuro che  non so cosa possa riservarmi, sapendo che le armi che abbiamo in mano non sono molte.

E andiamo avanti con queto calvario, sperando sempre e affidndoci alle dottoresse che ci hanno tenuto per manp fin qua.

Perchè io so, io ho fiducia, debbo credere che tireranno fuori il coniglio dal cappello anche questa volta.

Di nuovo in giostra.

ASCOLTARE IL DOLORE

In una sera fredda, dove la pioggia è mista alla neve.

Esco per portare la spazzatura, domani è il giorno di ritiro della indifferenziata e della plastica.

Esco veloce, appoggio i contenitori fuori sulla strada, mi stringo nel cappotto, è freddo, la pioggerellina mista a neve bagna gli occhiali e tenta di insinuarsi sotto al piumino.

Sto per aprire il portone quando mi sento chiamare.

Lì è cambiata tutta la prospettiva, non mi interessava più della pioggia, della neve, del freddo, del buio.

Era una amica che chiamava da dentro la sua auto, era in attesa della figlia e del nipote, chiamva, chiedeva ascolto in quel preciso istante.

Ed io ho ascoltato il suo dolore, non sapendo come consolarla, non essendoci maniera di lenire il suo dolore, non c’era maniera di comprendere perchè il destino, il fato o chi per lui, si fosse accanito in maniera così crudele nel giro di 5 anni con questa amica.

Mi sono sentita impotente, non potevo fare altro che ascoltarla, stringerle le mani, seduta di fianco a lei, in quella sera fredda che stava diventando sempre più fredda e sempre più buia.

Non ho potuto fare altro, le ho solamente asciugato le lacrime, non ho potuto fare altro che ascoltare il suo dolore.

SOMIGLIANZE

«…sentenziando che ero il ritratto sputato di papà, una cosa che mi aveva sempre riempito di orgoglio. E anche tristezza, perchè una volta la mamma mi aveva detto: «Sei la creatura al mondo che più gli somiglia. Tutte le volte che ti guardo penso a lui». Aveva sorriso, ma nei suoi occhi c’era una disperazione che non so descrivere. Un senso di fine, una nostalgia struggente che non se ne sarebbe più andata».

Sono le stesse parole che anni fa mi rivolse mia madre, e mi misi a piangere , a frignare, sentii dentro di me una profonda lacerazione, un dolore senza fine, mi sentii investita di una missione che non mi apparteneva: farglielo sentire ancora vicino.
Mi spaventai, la cosa mi spaventò immensamente, ma poi…poi ho capito che il suo dolore era più grande del mio, che il mio dolore era diverso dal suo, lei aveva perso la persona alla quale appoggiarsi, la persona che avrebbe voluto sostenere e che l’avrebbe dovuta sostenere, io avevo perso il primo amore della mia vita, il mio supereroe, io avevo perso la persona che mi capiva, ma che non sarebbe mai stato il bastone della mia vecchiaia, perchè io al fianco avevo, ed ho tutt’ora, il Ferrari, che mi sostiene e che sarà il bastone della mia vecchiaia.

Dopo la mia reazione, non me lo disse mai più, non era preparata a questa mia reazione, ma io presi consapevolezza di questa forte somiglianza sia fisica che mentale con lui, quel sottile cordone che ci aveva sempre legati, che si era interrotto, ma che per la MiaMamma poteva essere di consolazione, almeno quando mi vedeva e quando parlava con me, forse, si poteva sentire meno sola.
Adesso a distanza di anni da quella frase, qando posso vado dalla MiaMamma e mi faccio abbracciare stretta stretta e la abbraccio forte forte, stretta stretta, cercando di trasmetterle il calore di un marito perso giovane, provando ad ascoltarla e a sostenerla come lui.

Come lui che per me è un padre che mi manca tantissimo.

TANTI LUNGHISSIMI ANNI

18 ne sono passati da quel 6 luglio.

Lunghi, eterni, ma tutto resta immutato.

La tua mancanza, la tua assenza è di anno in anno più pesante.

Gli anni passano scanditi da stagioni, da gioie e dolori e il tuo ricordo, la tua “presenza” è sempre lì, al nostro fianco, facendoci rimpiangere tutto quello che ti sei perso.

Tutto quello che ci siamo perse.