CASA

Finalmente la meta è stata raggiunta, finalmente a casa.

Il vaso era già pieno, la sopportazione de LaMiaMetà era già al limite.

I miei nervi cominciavano a vacillare.

LaMiaMetà era troppo insofferente, comiciavo a temere che non avrebbe retto ancora per molto.

Le mie energie si stavano esaurendo più rapidamente di quanto pensassi.

Ma adesso, buttiamoci tutto alle spalle, approfittiamo di questa settimana di tregua prima di ricominciare a frequentare ospedali, medici, visite, controlli.

Fingiamo di essere in vacanza, anche se la mente fatica a staccare dall’ambiente ospedaliero, forse siamo ancora increduli.

Ma finalmente casa.

TUTTO SI SISTEMERA’

I giorni sono passati, lenti, frenetici, sconclusionati, di corsa, sospesi, ma intanto una settimana è passata.

Cominciamo a vedere una fine, una parvenza di rientro a casa, intanto vederlo senza più fili e tubi che annullavano il dolore, che lo alimentavano, che lo aiutavano a respirare, è un bel passo avanti, non vederlo più come un moderno Frankeinstein, è il sorriso che torna ad illuminare il cuore e scaldare l’anima.

Adesso dovrebbero cominciare le ore più lunghe, quelle che ci separano dal rientro a casa, quelle ore che ci riavvicinano al nostro tran tran, fatto anche di tante brontolate, quelle brontolate che mi mancano tanto, quelle in cui ti arrabbi perchè io, di nascosto, ti abbasso il volume del televisore, io che brontolo e sbuffo perchè guardi solo programmi stupidi di aste di container, rielaborazioni di auto, corse in auto, pescatori al limite della stupidità.

Mi sento orfana qui in casa,mi sento sola, la fatica comincia a farla da padrone, la noia mi attanaglia, i nostri ritmi che sono spariti, mi stanno cominciando a far salire l’ansia.

Non trovo nemmeno più gusto a mangiare il gelato la sera sul divano, quel divano che mi sembra toppo in ordine e troppo grande per me da sola.

Quel divano che tanto amiamo,tu sdraiato a guardare i  tuoi programmi alla tele, io di fianco a leggere, o giocare con il tablet o ad uncinettare..ecco, anche l’uncinetto in  questi giorni di assenza è stato abbandonato, troppa l’abitudine di essere assieme, di fare tante cose piacevoli assieme, aiutandoci e sostenendoci a vienda, troppo l’abitudine di ritagliarci i nostri spazi con amici tu e con amiche mie, ma sempre sapendo che al  rientro avremmo avuto da raccontarci tante cose e tante risate fatte e tentare di replicarle assieme.

Dopo avremo altri pensieri ed altri impegni di cui preoccuparci, ma sarà come tornare indietro di alcuni anni, ricomincire con le 4 pastiglie, che stanno diventando preziose quasi più dell’oro, quelle 4 pastiglie che, per noi, sono state il miraggio per farti e farci sopportsre dolori, paure, ansie e lacrime, tante versate, di paura, di frustrazione, di gioia quando i medici ci dicono che è andato bene,per poi essere scacciate dai sorrisi che ci facevamo a vicenda quando stavamo seduti uno di fronte all’altro o quando ti sdraiavi, perchè la stanchezza la faceva da padrona, e le nostre mani si cercavano a vicenda, ci tenavamo stretti a vicenda, ci tenavamo a galla in quel mare di paure e gioie che arrivavano ad  ondate, come le onde del mare o la risacca del mare d’inverno.

Mercoledì sta arrivando.

VORREI SCRIVERE

Di un compleanno passato in maniera pimpante e frizzante, con LaMiaMetà, con gli amici, seduti attorno ad un tavolo, facendo a gara a chi le sparava più grosse  ridere, ridere, ridere fino ad avere male alle mascelle ed alla pancia.

Vorrei scrivere di aver passato un compleanno in giro per la città con LaMiaMetà, da soli, facendo merenda in un locale del centro, per poi continuare la nostra passeggiata,  ed io che mi fermavo ogni 2×3 a scattare foto.

Vorrei scrivere di un compleanno passato a mangiare una fetta di torta con la famiglia.

Invece sono qui a scrivere di un compleanno alternativo, quest’anno a livello di “alternativo”, ci siamo superati, abbiamo dato il meglio di noi stessi.

Ma va bene così, avremo tanti altri compleanni davanti per recuperare le risate, le chiacchiere, le mangiate e le fette di torta.

Va bene così, l’abbiamo passato assieme sorridendoci come sempre, ma lui forse un po’ più triste ed insofferente, ma a me è bastato, svegliarmi presto, quando fuori era ancora buio, per andarlo a svegliare, tanto io parto sempre con il buio, mi serve, mi occorre uscire con il buio per rimettermi assieme e dare un minimo di programma alla giornata.

Entrare in ospedale all’alba di una domenica mattina ha del surreale, nessuno in giro, le poche persone in giro sono assonnate dopo una notte di lavoro, oppure stanno entrando in servizi, molto probabilmente, la sera precedente hanno fatto tardi, con amici, famiglia o da soli, ma tirando tardi.

Entrare in reparto la domenica mattina quando le luci sono ancora spente, allungare subito l’occhio verso la camera 4 e tirare un sospiro di sollievo quando vedo ancora tutto buio, allungare il collo, fermandomi sulla soglia, per non fare rumore, per non svegliarlo nel caso stesse dormendo.

Tirare un sospiro di sollievo quando lo vedo dormire e mi sembra che sul viso abbia una espressione distesa e rilassata;

“Bene”, mi dico, “sta dormendo, mi sembra sereno, ha passato una notte tranquilla”.

Aspettare con pazienza in “soggiorno” che si accendano le luci e cominci la normale routine infermieristica, tornare a sbirciare.

E probbilmente sente avvicinarsi la mia presenza, se prima aveva il capo girato verso la finestra e gli occhi chiusi, adesso, appena mi affaccio alla porta, gira la testa ed apre gli occhi, mi guarda con lo sguardo un po’ annebbiato, ed il sorriso mi torna sulle labbra.

Sorrido ed intanto lo spio bene bene, prima di porre la domanda fatidica “Dormito?”.

Mi accenna di sì, gli prendo la mano e gli accarezzo la fronte ed aspetto che cominci il suo racconto, che riprenda il discorso, fra di noi, dalla sera precedente, quando ci siamo salutati a malincuore.

Sappiamo che davanti abbiamo 12 ore, molte delle quali passate lontani, lui in stanza ed io fuori da quelle porte in attesa, ma sappiamo che abbiamo davanti un altro giorno da passare assime, da raccontarci, da parlare, di sguardi e di silenzi, di passeggiate nei  corridoi e di tempo passato seduti uno di fronte all’altra nel tentativo di vita normale in ospedale.

Vorrei provare rabbia, delusione e quant’altro per il compleanno alternativo, ma non è così, c’eravamo tutti due, eravamo assieme, ancora e sempre NOI due.

Buon compleanno a me.

 

COSE BELLE

Ora di pranzo avanzata, praticamente non so se è pranzo o se è merenda, ma tant’è..

Dove vuoi mai che vada? E’ un orario talmente bislacco che, al di fuori delle mura dell’ospedale, un piatto di pasta difficilmente lo trovo, faccio buon viso a cattivo gioco e mi dirigo al bar dell’ospedale, lì sono sempre a pieno regime, un piatto di pasta o un panino robusto o un trancio di pizza come piace a me, lo trovo semre.

Certamente il luogo non è l’ideale, avrei voglia di non vedere camici bianchi, avrei voglia di silenzio, avrei voglia di un tavolo, una sedia e un piatto cucinato e non riscaldato in un forno a microonde, ma tant’è…

Certamente il distacco dall’ambiente ospedaliero, dall’aria che si respira all’interno della cerchia delle mura dell’ospedale, sarebbe diversa fuori, ma tant’è…

Certamente le persone che vedi sarebbero vestite diversamente, magari con qualche colore in più, oltre ai camici bianchi o le divise degi infermieri, ma tant’è…

Ma, a volte, la sorte gioca a tuo favore, e visto l’incontro caldo, avvolgente e rassicurante fatto, ne è vala la pena.

Seduta al tavolo di fronte al mio trovo l’oncologa de LaMiaMetà, ma io sono talmente immersa nei miei pensieri, che non la vedo, mentre lei….Lei si alza, prende il suo panino e mi si siede davanti con un sorriso caldo ed un abbraccio che mi ha riscaldata e, alla fine, le lacrime hanno preso il sopravvento, ma tant’è—

Ho parlato, anzi lei ha parlato con me, mi ha detto di stare tranquilla, che ha parlato con il chirurgo, con la dottoressa che segue LaMiaMeta nella sua degenza in terapia intensiva, che è tutto nella norma, che un maleseere, che i malori lamentati in questi giorni e il peggioramento di oggi, se lo aspettavano visto l’intervento eseguito in urgenza, prima che tutto ripartisse alla grande, che stamattina si erano consultati tutti assieme, che intanto avevano già approntato una  nuova terapia, domani faranno altri esami e vedranno come risolvere tutti i piccoli problemi che, messi tutti assieme, ne hanno creato uno grande: la sua demoralizzazione che non aiuta nella lunga e difficile ripresa.

LaMiaMetà, ascoltami, per favore, ascolta le mie parole: i medici stanno mettendo al tuo servizio tutto il loro sapere, tutta la loro esperienza, tutte le loro idee, si confrontano fra di loro, hanno a  cuore la tua situazione, stanno dando il loro massimo per rimetterti in piedi il prima possibile, ma tu ci devi mettere del tuo. Lo so, è facile parlare fuori da quel letto, senza nessun dolore o disagio addosso, ma tu ascoltami, se vuoi tornare a casa il prima possibile, se vuoi tornare a vedere i tuoi programmi beceri in televisione, ti devi impegnare, il tuo morale deve cambiare.

Buonanotte LaMiaMetà.

96 ORE

Di queste ultime 96 ore, quasi più della metà le ho passate in ospedale.

In corridoi senza finestre, ed io soffro nel non vedere entrare luce naturale, dove l’unica luce è quella dei neon, che non aiuta per niente a mascherare quel colorito verdognolo e l’arrossamento degli occhi, dovuti alla stanchezza, alla fatica, allo stress.

Più della metà di queste ultime ore le ho passate seduta sopra a sedie scomode o poltroncine nei “soggiorni” dei reparti.

Tante di queste ore le ho passate leggendo, spesso senza capire cosa stessi leggendo, andando avanti per inerzia.

Parte di queste ore le trascorse a cercare gli sguardi dei medici, del chirurgo, degli infermieri che si sono occupati de LaMiaMetà, nella speranza di trovare conforto nelle loro parole, nei loro gesti, cosa che è avvenuta, ma intanto la sensazione dell’aria che mancava, che veniva prepotenemente risucchiata dai polmoni al pensero di quello che stava succedendo e di quello che ci sarebbe toccato nei giorni, nelle ore future, previsioni che si stanno puntualmene verificando, è una strada che abbiamo già faticosamente percorso 12 anni fa, ma 12 anni fa era più giovane ed il fisico non era minato e debilitato da 12 anni di terapie quotidiane antitumorali.

Parte di queste ore le ho passate con LaMiaMetà a parlargli, a rincuorarlo, a sostenerlo e, soprattutto, a coccolarlo per fargli capire con gli sguardi, con le parole dette a bassa voce, per non rompere il silenzio ovattato dell’anestesia, del risveglio lento e prolungato dagli antidolorifici, con i gesti lenti, delicati di una carezza, di una stretta di mano, di un massaggio ai piedi,per trasmettergli sicurezza, tranquillità  e, cosa iù importante, che qui tutti si tifa per lui.

96 ore, 4 giorni, il numero 4 che ricorre spesso ultimamente.

QUI ADESSO ORA

In questi giorni frenetici, che scorrono come dentro ad una centrifuga, tutto diventa lontano, distante, faticoso.

La fatica, fisica e mentale, in questi giorni la fanno da padrone.

Prima lo stress, il tira e molla, di sentire cambiare la data dell’intervento ogni 12 ore.

Poi finalmente l’intervento, tanto atteso, inaspettatamente, è arrivato.

Adesso si va avanti per inerzia, si ruzzola, si stringono i denti, si va avanti a testa bassa, sapendo che è un momento transitorio, che fra poco ce lo butteremo alle spalle, che fra poco saremo presi da altri pensieri, altri impegni, saremo di nuovo sostenuti dalle 4 pastiglie.

Ma, in questo momento, la fatica fisica e mentale sono  veramente tanta roba.

Quella fisica dovuta agli spostamenti da una parte all’altra della città, con tutti gli annessi e connessi, file, rallentamenti, ingorghi, parcheggi che costano un rene e un litro di sangue, la fatica fisica delle attese davanti alle sale operatorie, sopra a sedie che rasentano la tortura medioevale, almeno proviamo a dare un minimo di conforto a quei poveri parenti che sono in ansia e in attesa di coloro che sono al di là di quelle porte, che quando si spalancano ti proiettano in un mondo futurista, fatto di tubi, luci accecanti e tante persone che si muovono, ognuno nel suo ruolo, che a noi sembra senza senso, mentre un senso compiuto ce l’hanno e loro lo sanno.

La fatica mentale è quella che ti stronca, perchè non sai cosa aspettarti quando aprono le porte del reparto e ti permettono di vedere chi sta facendo passare il tempo, al di là di quelle porte che non lasciano trapelare nulla.

La fatica mentale del vedere tubi, fili, che entrano in braccia, collo, vene, macchinari che con il loro ronzio di fanno capire che la persona a cui vuoi bene è lì, presente, in vita e sta  lavorando per rimettere in sesto quel fisico che sembrava indistruttibile, mentre adesso si presenta con tutte le sue fragilità.

E ben vengano tutti questi tubi, fili e macchinari che ronzano e portano vita, sollievo al dolore, alla fatica della ripresa.

Ma ora qui e adesso la fatica fisica e mentale la fanno da padrone.

IL TEMPO DELL’ATTESA

E’ quello che dilata i minuti, le ore, dove tutto sembra non muoversi, dove tutto si ferma.

E’ quel tempo che ti sfianca fisicamente e mentamente, dove anche il più roseo ottimismo, comincia a scemare verso un rosa pallido, poi verso il grigio, poi….stop! Finalmente arriva la chiamata dell’infermiere “Signora è in reparto, la vengo a prendere così lo può vedere, si faccia trovare davanti all’entrata del reparto”.

E tu, a quell’infermiere molto giovane, che potrebbe esser tuo figlio, sorridi, lo vorresti abbracciare, stringere in un  vorticoso giro di valzer, ma ti trattieni, non puoi farti conoscere anche qui, devi mantere un certo aplomb, sei sempre la moglie di un paziente ricoverato, un paziente che è appena uscito da una terapia intensiva, perchè ha avuto dei problemi.

E appunto per questi problemi che non ti sono stati risparmiati, che ti sono stati raccontati dal chirurgo che vi ha preso per man questa volta, appunto pr questo tutti quelli che incontri e che ti portano sempre più vicino a LaMiaMetà, sono degli angeli, che vorresti abbracciare, baciare, stringere e vorresti che non vedessero i tuoi occhi lucidi, vorresti che non ti sorridessero così calorosamente per l’ emozione che lasci trapelare.

E durante il tragitto verso la sua stanza, non ti interessa che ti stiano dicendo che lo vedrai pieno di tubi, drenaggi, cateteri, CVC, cannule che entrano nel suo corpo portando antidolorifici, anticoagulanti, sostegno, fisiologica, zuccheri, tutto quello che serve per aiutarlo a riprendersi più in fetta

Non ti interessa, tu, adesso, lo vuoi vedere, vuoi ridargli quel bacio dato in punta di dita stamattina alle 6,30, quando con i suoi occhi zzurri ti ha seguito finchè poteva, mentre lo accompagnavano in sala operatoria.

Buonanotte.

TEMPO SOSPESO

“Apprensione, incertezza, attesa, aspettative, paura delle novità,fanno a un paziente più male di ogni fatica” (F. Nightingale).

Ed in questo tempo sospeso, in questo tempo di mezzo, che è fatto di attese, ci stiamo apprestando a fare venire domani mattina.

Certo, sappiamo il perchè, il per come, il decorso e cosa ci aspetta dopo, ma è sempre un attesa, oltretutto sudata e vorticosa, essendo cambiata diVerse volte nel giro di 12 ore.

Ma la nostra pazienza ci verrà in aiuto, il nostro sapere che dobbiamo affrontare uno scalino alla volta, le persone che ci circondano e che sono tutte lì, pronte, a sostenerci, ad aiutarci, fanno un sacco di bene all’anima.

Rimaniano con i piedi per terra, per concentrati sull’oggi, il domani ed il futuro.

Ci cerchiamo, ci stringiamo l’uno all’altra, puntellandoci e andando sempre avanti, sapendo che la soluzione salterà fuori, come per magia, dell’ennesimo cilindro del “mago” di turno, un mago che sa benissimo di cosa stiamo parlando e che sa dove mettere le mani.

Ed io rimango incantata dalla parlata toscana del medico che in questo momento ci ha presi pr mano.

La macchina si è messa in moto.

 

 

IL TEMPO DELL’ATTESA

L’attesa è il futuro che si presenta a mani vuote.
(Michelangelo)

E’ cominciato il tempo dell’attesa, l’attesa di una chiamata, l’attesa per una soluzione.

E questo tempo dell’attesa si dilata, si allunga, le giornate sembrano senza fine.

E, quando l’attesa sarà finita, il tempo ti sembrarerà troppo breve, non avremo ancora dissipato i dubbi, tutti i dubbi che la decisione presa possa essere quella giusta.

Ma  l’attesa che passi una settimana, che passino dieci giorni circa, non sarà un futuro che si presenterà a mani vuote.

Sarà l’attesa di un futuro migliore, sarà un futuro lungo una vita, con una qualità di vita migliore di quella attuale.

Aspettare, attendere, rimanere sempre in bilico fra la serenità ed i dubbi, per un domani migliore e più vivibile

Un futuro dove non si legga più la sofferenza su chi ti sta accanto e deve sopportare il peso maggiore di questa attesa.

Intanto il Maestrone  mi tiene compagnia e mi supporta, ritrovando canzoni di tanto tempo fa, in fondo alla memoria, per uno strano gioco, si riaffacciano e sembrano tagliate per questi momenti di attesa.

Venite pure avanti….

RALLENTARE

“La speranza ha bisogno di tempo, così come la prospettiva ha bisogno di orizzonte. “ (Strategie per contrastare l’odio)

Rallentare, è quello che dobbiamo fare adesso.

Prendere tempo e respirare lentamente.

La speranza non manca, l’ottimiso arriverà con il tempo,

L’orizzonte è gennaio.

Da qui ad allora abbiamo tutto il tempo per capire, ragionare e comprendere che siamo in buone mani, che ci guideranno al meglio come fatto finora.

Intanto facciamo rallentare i pensieri.