LA BARRICATA

Qiesta mattina ho accompagnato un’Amica ad una visita di controllo post operatorio.

L’Amica è stata operata 10 giorni fa al seno, sembra (lo dico piano) che non ci sia nulla di strano, sembra (lo dico sempre piano) che sia tutto nella norma, anche se il chirurgo ha detto espressamente che era da togliere per evitare noie grosse future.

Stamattina ci abbiamo impiegato un’ora abbondante a raggiungere l’ospedale, che poi è lo stesso dove fui operata io 14 anni fa e dove tutt’ora mi seguono. A Bologna c’è il Cersaie, quindi la città è praticamente bloccata.

Durante il tragitto, abbiamo parlato di tutto, ma senza entrare in discorsi pesanti, nessuna delle due aveva voglia di pronunciare la parola “cancro”, “chemioterapia”, “morte”, parlavamo di libri, ogni tanto inveivamo contro gli altri automibilisti, scooteristi e biciclettisti.

Ma intanto la nostra meta si avvicinava e a me saliva un attimo l’ansia.

Mi fa sempre una strana impressione trovarmi in quei corridoi, in quegli ambulatori, incrociare medici ed infermieri che mi riconoscono, che chiedono, che si informano, quelli che conosco più da vicino chiedono della Tata e della Figlia, essendo pure lei passata da lì.

Stamattina in sala d’aspetto c’erano diverse persone e le guardavo, ponendomi la solita domanda “quanti di loro, quante di queste donne sono qui in attesa di una risposta, quante di loro si sentiranno fare una diagnosi di cancro?”

Intanto i minuti passavano e quando ho sentito chiamare il cognome dell’Amica mi si è gelato il sangue, la volevo seguire, la volevo accompagnare, ma poi mi sono resa conto che era un momento suo ed era già sparita.

Ho preso fuori dalla borsa il tablet per leggere, tentando di concentrarmi, per non pensare.

Poi lei è riapparsa, la medicazione è a posto, manca ancora istologico, la prossima settimana faremo un altro viaggio, ma intanto bisogna attendere, ma il “mio” chirurgo l’ha rassicurata dicendole che al 99% è tutto a posto e non ci sarà bisogno di nient’altro, tranne un po’ più di attenzioni.

Siamo uscite e, senpre parlando di libri, siamo rientrate.

Mi sono calmata io ormai sono dall’altra parte della barricata.

 

 

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ILLUSIONE

Mi ero illusa, mi sentivo forte.

Ero convinta che con il passare degli anni avrei messo assieme quel distacco che mi avrebbe permesso di ripercorrere la strada di 14 anni fa, con distacco e con maggior cinismo.

Ecco, mi ero illusa.

Ma oggi mi è bastato entrare in un reparto di oncologia, rivedere piantane, flebo avvolte nella stagnola, sentir parlare di perdita di capelli, di formicolii, di astenia, di nausea e vomito, per ripiombare in un girone di ansia, sudorazione e smarrimento.

Ed ero solamente lì in visita, per sostenere la mia Compagna di Chemio del 2003.

Probabilmente finchè ne parlo dal di fuori, finchè ne parlo come esperienza mia passata, va tutto bene, il difficile viene quando debbo trovare le parole giuste da dire a chi in quel momento si appoggia a me.

E per lei è stato un salto indietro di 14 anni, tutto da capo, tutto da ricominciare, sapendo bene a quale percorso sta andando in contro ed ogni tanto cogliere lo sguardo si smarrimento nei suoi occhi, fa male, tanto male.

E tutto è fermo con il fiato sospeso.

GUARDIAMO AVANTI

Con ottimismo, anche se a volte l ‘ottimismo vacilla.

Le parole a volte non bastano, i fatti a volte non sempre corrispondo alla realtà.

Le parole avolte non aiutano, a volte sono solamente parole e basta.

Bisonga guardare avanti con ottimismo e serenità, ma a volte non basta, a volte l’ottimismo vacilla e si passano notti in bianco.

Notti in bianco che non servono, che non portano a nulla, ma intanto c’è da andare avanti, a volte riuscendo pure a far finta di niente, ma poi la realtà ti appare davanti, la realtà è quella e le parole perdono forza.

Le parole a volte scivolano addosso e non sortiscono l’effetto desiderato.

MALUMORE

Imperante e strisciante.

Quel malumore che scava una profonda ruga in mezzo agli occhi e fa assumere al viso un’aria arcigna.

Culminato, in questi ultimi giorni, in sogni ricorrenti che mi fanno partire al mattino con il piede sbagliato.

E’ cominciato utto sabato sera, quando ho realizzato che lunedì prossimo dovrò fare la Tac polmonare di controllo. Niente di preoccupante, tutto nella norma, ma c’è un unico neo: la struttura presso la quale dovrò eseguire l’esame.

Non mi piace, mi fa paura, è vecchia, è obsoleta, ambulatori vecchi in una vecchia struttura che mette ansia e angoscia solo a vederla.

Quelle strutture da film di terza categoria, quelle strutture dove un medico pazzo può dare sfogo a tutti i suoi malsani desideri, una struttura alla Dario Argento.

E la cosa mi spaventa, la cosa sta cominciando a tormentare anche i miei sogni, che tormentano il mio sonno, facendomi alzare al mattino più stanca della sera precednete, che influiscono sul mio umore rendendolo nero, triste e noioso.

Ed è da domenica che sono di cattivo umore, che mi sta sopraffacendo, che mi rende apatica e ancora più asociale di quello che normalmente sono.

E dovrò far passare ancora tutta questa settimana e dovrò cominciare a tenere a bada la paura che sta cominciando a serpeggiare, anche se so che è una paura dettata solamente da mie impressioni, impressioni solamente soggettive.

Io in ansia.

 

 

PERLE

Sono come le perle di una collana , i momenti che sto tenendo dentro per ritrovare un po’ di serenità.

L’attentato di Nizza e il tentato golpe in Turchia hanno minato il mio equilibrio e il morale era molto basso.

In più si è insinuata la paura in vista del viaggio oltreoceano che andremo a fare con la Tata al seguito.

Ma in mezzo a tutte queste brutture ,siamo riusciti a ritagliarci un fine settimana in Cadore da Marina e Alberto.

Siamo partiti sabato mattina con la tata e già a Venezia, quando si cominciano  a intravedere le montagne, mi sono sentita sollevata, ma il miracolo è avvenuto a Vittorio Veneto.

Da lì in poi tutto ha assunto un’altra luce, le paure si sono ridimensionate e ho cominciato a raccontare alla piccola un po’ di storia: il Piave, il Tagliamento, Longarone e la diga del Vajont, l’incrocio con la val zoldana e il suo carosello di piste da sci, Pieve di cadore città natale di Tiziano Vecelio, che ha portato i colori del Cadore nei suoi quadri.

E lei ascoltava, domandava e si guardava attorno..

Il pomeriggio del sabato l’abbiamo passato passeggiando sulle rive del lago di Auronzo, dove con lo sguardo si può arrivare ad ammirare le Tre Cime di Lavaredo, ma poi tutto attorno si vedono queste montagne imponenti e tutto questo cielo azzurro e terso che aiuta a respirare e a scacciare i brutti pensieri.

La domenica l’abbiamo trascorsa al rifugio di Luca, il figlio maggiore di Marina e Alberto, rifugio situato sulla cime del Varmost, la montagna che sovrasta Forni di Sopra e lì alla Tata abbiamo potuto raccontare tanto, di quando andavamo lì, con la sua mamma piccola, a sciare, raccontandole di tutte le avventure passate in tanti anni, anni che abbiamo frequentato il paese, che non è un paese mondano, ma è a dimensione di uomo e di famiglia, paese nel quale ho lasciato un pezzetto di cuore.

Ma poi, come ben si sa, le cose belle finiscono e, presa l’ultima corsa della seggiovia per scendere a valle, abbiamo salutato tutti gli amici cadorini e ci siamo rimessi  in macchina per tornare a Bologna, ma con negli occhi e nel cuore i bei momenti passati e la serenità che ci è stata ridata al cospetto di tanta natura ed in compagnia di Maria e alberto, che hanno sempre un posto speciale nel nostro cuore.

 

LE FRAGILITA’

Stamattina mi sento fragile,con le lacrime in tasca.
Stamattina tutto quello che esula da me, dal mio ombelico mi irrita, tutto quello che non gravita attorno al mio mondo mi disturba.
Sono pronta ad azzannare alla giugulare chiunque si metta di traverso.
L’esame dell’altra mattina mi ha destabilizzata. Ho provqto tanto dolore, ho pianto, ho pianto di dolore, di rabbia e di paura.
E l’infermiera che mi era a fianco ha capito la mia paura, l’ha sentita e si è attivata, nel suo piccolo credeva di dire una banalità, ma accompagnarmi in quel salottino di fortuna ricavato in un angolo dello studio, farmi sedere davanti ad una sedia che fungeva da tavolino, con un thermos di teà caldo, fette biscottate, miele, marmellata e biscottini. mi ha risollevato il morale, mi sono sentita accarezzata, mi sono sentita meno depressa.
Ci vuole poco e, questo poco, le donne sanno trovarlo.

SOGNI

Tanti negli ultimi tempi, sconclusionati.
Sogni che riportano a persone che mancano, che mancano tanto.
E piango, mi sveglio piangendo e con l’umore in subbuglio.
sogni che lasciano strascichi di tristezza, malinconia e lacrime mute.
Il malumore che impera non aiuta di certo a superare la situazione attuale, di adattamento a nuove condizioni fisiche.
Sogni sconclusionati, fatti di guerra,di navi che espolodono,di un padre che manca, un padre al quale chiedo conforto, e i cui conforto mi manca tanto.
In questo periodo avrei tanto bisogno della sua spalla, anche del suo modo, a volte brusco, per avere un aiuto, una soluzione a quello che mi tormenta e che non ho ancora capito cosa sia, che mi tormenta e che mi lascia frastornata, ancora più introversa, che mi arrovella e non trovo soluzione.