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IL GIORNO DELLA MEMORIA

27 gennaio 1945 – 27 gennaio 2019

Oggi è il giorno della memoria, vorrei scrivere qualcosa di intelligente per poi ritrovarmelo negli anni futuri fra i ricordi . Vorrei ma di fronte a tutti gli orrori del XX e del XXI secolo non conosco abbastanza parole. Ricordiamoci del genocidio degli ebrei, degli zingari,degli omosessuali degli armeni, delle foibe, dei tutu, dei siriani, e di tutte le altre minoranze (?) che ogni giorno subiscono vessazioni da parte di noi maggioranza

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TROPPO RUMORE

Troppo,tanto rumore, il centro commerciale è chiassoso, come le persone che lo frequentano.

Il rumore che attutisce e annebbia tutto: la solitudine,  la tristezza, la noia di chi si aggira dentro a questi centri, dove tutto è concentrato e omologato ma dove tutto è tutti sono uguali.

La noia che si combatte in questi centri a suon di musica a tutto volume, la noia che i frequentatori rivelano negli sguardi persi e vuoti, ciondolando alla ricerca di un qualche riempitivo, senza trovarlo e, se anche lo trovassero,  durerebbe poco, sostituito da un altro desiderio che,secondo loro, metterà fine per sempre alla loro noia.

La ricerca di un riempitivo che manca a loro, perché quello che cercano affannosamente ce l’hanno dentro, ma non lo sanno.

Non puoi delegare ad altri una ricerca che deve partire da te stesso,  da solo, gli altri, i creatori dei centri commerciali, non riusciranno mai nell’intento di riempire i tuoi vuoti e le tue noie.

UN NOME

Un nome che mi risuona nelle orecchie e nella mente.

Un nome che porto dentro, un nome che  scalda il cuore o che fa spuntare le lacrime.

Un nome del quale non conosco l’origine, un nome che non so da dove arrivare.

Un nome: Sergio.

Il nome di mio padre, che mi emoziona sempre.

Il nome di una delle persone al mondo che ho amato di più.

 

 

SOMIGLIANZE

«…sentenziando che ero il ritratto sputato di papà, una cosa che mi aveva sempre riempito di orgoglio. E anche tristezza, perchè una volta la mamma mi aveva detto: «Sei la creatura al mondo che più gli somiglia. Tutte le volte che ti guardo penso a lui». Aveva sorriso, ma nei suoi occhi c’era una disperazione che non so descrivere. Un senso di fine, una nostalgia struggente che non se ne sarebbe più andata».

Sono le stesse parole che anni fa mi rivolse mia madre, e mi misi a piangere , a frignare, sentii dentro di me una profonda lacerazione, un dolore senza fine, mi sentii investita di una missione che non mi apparteneva: farglielo sentire ancora vicino.
Mi spaventai, la cosa mi spaventò immensamente, ma poi…poi ho capito che il suo dolore era più grande del mio, che il mio dolore era diverso dal suo, lei aveva perso la persona alla quale appoggiarsi, la persona che avrebbe voluto sostenere e che l’avrebbe dovuta sostenere, io avevo perso il primo amore della mia vita, il mio supereroe, io avevo perso la persona che mi capiva, ma che non sarebbe mai stato il bastone della mia vecchiaia, perchè io al fianco avevo, ed ho tutt’ora, il Ferrari, che mi sostiene e che sarà il bastone della mia vecchiaia.

Dopo la mia reazione, non me lo disse mai più, non era preparata a questa mia reazione, ma io presi consapevolezza di questa forte somiglianza sia fisica che mentale con lui, quel sottile cordone che ci aveva sempre legati, che si era interrotto, ma che per la MiaMamma poteva essere di consolazione, almeno quando mi vedeva e quando parlava con me, forse, si poteva sentire meno sola.
Adesso a distanza di anni da quella frase, qando posso vado dalla MiaMamma e mi faccio abbracciare stretta stretta e la abbraccio forte forte, stretta stretta, cercando di trasmetterle il calore di un marito perso giovane, provando ad ascoltarla e a sostenerla come lui.

Come lui che per me è un padre che mi manca tantissimo.

UN NUOVO ANNO

Fra poco meno di 4 giorni la Tata riprenderà la scuola.

Quest’anno è l’ultimo anno di medie, sarà il primo vero anno che la porterà verso l’adolescenza, verso strade a lei sconosciute, strade che a noi, o almeno a me, fanno paura, ma si sa, i bambini crescono, diventano ragazzi e prima  o poi il distacco avviene,

Sono giorni intensi, fatti di momenti allegri e momenti di arrabbiatura.

Sono giorni alle prese con un compito che mi è stato affidato, che sul momento mi ha tolto il fiato e messo un po’ ansia, ma poi, come tutte le cose, se mi impegno, se comincio a ragionare ed a mettere in fila le idee e le parole,  qualcosa di bello, spero, di riuscire a tirare fuori.

Lo debbo fare, debbo riuscirci e con l’aiuto delle persone giuste, ce la posso fare.

Anche solo per ricordare in un futuro vicino e poi lontano, una persona garbata e gentile che, a modo nostro, tutti stiamo salutando.

SENZA TITOLO

Non sapevo cosa scrivere nella prima riga in alto.

Oggi la fa da padrona la stanchezza mentale, quella stanchezza che fa  sbadigliare e appesantisce le palpebre.

Sono stati 15 giorni intensi, fra cadute della mamma, pensieri per il Piccolo e l’università, il  dover rodare un nuovo ritmo giornaliero con la Tata che adesso vuole dormire al mattino.

Giornate fatte di pensieri e arrovellamenti per  capire un malessere fisico della mia metà, malessere che si protraeva nel tempo e peggiorava di giorno in giorno, malessere al quale non sapevamo dare un nome,ma poi, alla fine, fra medici si è trovata una soluzione.

Ho bisogno di evasione, di girare la chiave, di staccare, ho bisogno di silenzio, ho bisogno di risate, ho bisogno di cambiare muri.

Ho bisogno di Roma