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MACEDONIA

Questo periodo, è come una macedonia.

Una macedonia di frutta che mangio a tutte le ore, con tutta la frutta che è possibile trovare e mischiare assieme.

Questo momento è una macedonia, di frutta, di emozioni, di pensieri, di alti e bassi.

Macedonia di emozioni e di paure, per il presente e per il dopo. Come sarà il dopo quarantena, con quali paure ricominceremo ad uscire e, timidamente, ad incontrarci? quanto tempo dovrà passare prima di riuscire a sentirci di nuovo sicuri e tranqulli. Quanto tempo dovrà passare prima che le brutte emozioni e le paure di questa quarantena si attenuino?

Macedonia di pensieri per come potrebbe essere il futuro, il pensiero che più spesso si affaccia, è quello di ridimensionare lo stile di vita personale, perchè questa quarantena una cosa me l’ha fatta capire, che si vive benissimo anche rallentando,correndo un po’ meno e mettere davanti a tutto le persone, l’essere umani e vicini sostenendoci gli uni agli altri.

Macedonia di alti e bassi, fra uno sguardo fiducioso al domani ed uno invece impaurito per il futuro più lontano, quello che va oltre al “liberi tutti”.

Liberi tutti, ma cosa e da chi?

COSA MANCA

Cosa mi manca, cosa non mi manca.

Non manca nulla di materiale e di fisico, manca l’empatia, manca il poter vedere le prrsone che fino a ieri l’altro vedevo, manca la quotidianità fatta di alcuni punti fermi, di ripetitività giornaliera e quotidina, uguale  tutte le mattine.

Una ripetitività calmante e rassicurante.

Mi mancano gli abbracci, mi manca la Tata.

Mi mancano gli abbracci de LaMiaMamma, certo potrei andare da lei, basta l’autocertificazione, esco dal mio comune, entro nel suo dicendo che è anziana e le sto portando la spesa, ma poi? Quando arrivo non posso abbracciarla, non posso farmi abbracciare da lei, quegll abbracci che facevano tanto bene al morale di tutte due.

E se non posso abbracciare LaMiaMamma, tanto vale non vada, sarebbe troppo grande il magone che mi porterei dentro e che terrei dentro di me, da sola a casa.

Mi mancano gli abbracci.

 

CI SONO ARRIVATA

Sono quasi arrivata alla normalità precedente al terremoto dell’ultimo anno.

Più di metà del 2019 è stato in salita, è stato un barcamenarsi fra normaità, paure, assestamenti vari di giorno in giorno.

Il 2020 era cominciato in leggerezza, peccato sia durata poco.

L’ultimo mese è stato vissuto dentro ad una centrifuga, che aumentava di ora in ora la pressione ed i giri.

L’ultimo mese è stato vissuto sul filo del rasoio, con i nervi sempre a fior di pelle, con la voglia di passare tanto tempo assieme a LaMiaMetà, ma con la voglia, contraddittoria, di vivere come se niente fosse.

L’ultimo mese me lo debbo lasciare a spalle, faccio fatica, ma piano piano ci sto quasi riuscendo.

Ben tornata quasi normalità.

NORMALITA’

E da oggi ufficialmente si torna alla normalità.

il primo passo è stato compiuto e si è concluso.

Visita di controllo chirurgica fatta, punti tutti rimossi, da oggi si può ricominciare a fare doccia e a guidare, e io mi sono tolto un  bel peso dallo stomaco.

Finalmente, almeno la parte chirurgica, l’abbiamo archiviata e adesso, lasciamoci alle spalle tutte le tribolazioni degli ultimi 20 giorni.

Finalmente posso rivedere LaMiaMetà indipendente, ancora molto stanco e affaticato,  ma in ripresa ed il sentirsi indipendente, aiuta, eccome che aiuta.

Finalmente da oggi, possiamo avere solo una preoccupazione: i controlli oncologici, ma quelli basta riuscire entrare in modalità “macchina-si-è-messa-in-moto” e anche quei momenti li potremmo affrontare con spirito diverso, almeno adesso sappiamo che recidive non ce ne sono più, dobbiamo pensare solamente che il futuro è più tranquillo.

Da oggi la crocerossina se ne va e torna la signorina Rottermeier.

IL TEMPO DELL’ATTESA

E’ quello che dilata i minuti, le ore, dove tutto sembra non muoversi, dove tutto si ferma.

E’ quel tempo che ti sfianca fisicamente e mentamente, dove anche il più roseo ottimismo, comincia a scemare verso un rosa pallido, poi verso il grigio, poi….stop! Finalmente arriva la chiamata dell’infermiere “Signora è in reparto, la vengo a prendere così lo può vedere, si faccia trovare davanti all’entrata del reparto”.

E tu, a quell’infermiere molto giovane, che potrebbe esser tuo figlio, sorridi, lo vorresti abbracciare, stringere in un  vorticoso giro di valzer, ma ti trattieni, non puoi farti conoscere anche qui, devi mantere un certo aplomb, sei sempre la moglie di un paziente ricoverato, un paziente che è appena uscito da una terapia intensiva, perchè ha avuto dei problemi.

E appunto per questi problemi che non ti sono stati risparmiati, che ti sono stati raccontati dal chirurgo che vi ha preso per man questa volta, appunto pr questo tutti quelli che incontri e che ti portano sempre più vicino a LaMiaMetà, sono degli angeli, che vorresti abbracciare, baciare, stringere e vorresti che non vedessero i tuoi occhi lucidi, vorresti che non ti sorridessero così calorosamente per l’ emozione che lasci trapelare.

E durante il tragitto verso la sua stanza, non ti interessa che ti stiano dicendo che lo vedrai pieno di tubi, drenaggi, cateteri, CVC, cannule che entrano nel suo corpo portando antidolorifici, anticoagulanti, sostegno, fisiologica, zuccheri, tutto quello che serve per aiutarlo a riprendersi più in fetta

Non ti interessa, tu, adesso, lo vuoi vedere, vuoi ridargli quel bacio dato in punta di dita stamattina alle 6,30, quando con i suoi occhi zzurri ti ha seguito finchè poteva, mentre lo accompagnavano in sala operatoria.

Buonanotte.

SVUOTATA

Quando ti senti svuotata, perchè gli inciampi della giornata e del giorno precedente ti hanno prosciugato tutte le emergie, non resta altro che sedersi, aprire un libro, leggere e ascoltare un po’ di musica.

Oggi è così, oggi i muscoli non rispondono, oggi tutto è pesante, oggi anche la pazienza sembra stia latitando.

Quando la voglia di cucinare ti abbandona, è il segnale che la corda è toppo tirata e la forza che ti spinge ad andare avanti, si sta lentamente esaurendo.

Occorre fermarsi, rilassare le spalle, buttare fuori tutta la rabbia, scrivere, leggere, non ascoltare il rumore che ti circonda, fermare i pensieri e guardare solo quello che succederà da qui al  inuto successivo, senza far galoppare la mente, non serve a nulla.

Tè, libro e copertina

LA BRACCIATONA

E l’abbraccio, ma nella nostra zona c’è un  abbraccio ancora più profondo e più caldo.

La bracciatona si fa di solito quando si ha bisogno di conforto, di calore e di consolazione.

La bracciatona si fa con la mamma, con la nonna, con la zia o con l’amica che comprende che in quel momento hai bisogno di conforto.

La bracciatona ha un rituale tutto suo.

Si fa sul divano o sopra ad una sedia o nel lettone, ci si avvicina alla persona che in quel momento è più vicina, ci si rannicchia fra le sue braccia, ci si si fa cullare, accarezzare la testa con gesti lenti, mentre, chi ti sta strigendo, parla sottovoce, sussurando parole che arrivino dolcemente all’orecchio, parole di conforto.

Non c’è limite di tempo, l’obiettivo da raggiungere è la calma e la serenità di chi in quel momento ha bisogno di conforto.

La bracciatona è il calore di cui tutti abbiamo bisogno.

UNA BOCCATA DI OSSIGENO

Ogni tanto ci vuole.

Ogni tanto bisogna lasciare andare i pensieri, accantonarli e alleggerire la mente.

Ogni tanto bisogna ritagliarsi un momento tutto nostro dove la malattia, gli effetti collaterali non siano un pensiero predominante.

Ogni tanto bisogna mettere in campo strategie per sopravvivere.

Ogni tanto bisogna ricevere, ascoltare, ascoltarsi mentre si parla e si esterna una idea, un sentire, un sentimento.

Ogni tanto bisogna trovare qualcuno che faccia da pietra del paragone.

E ogni tanto il destino ci mette lo zampino e, senza volere, senza programmare, ti ritrovi a parlare a quattr’occhi con la persona giusta.

Ed il riento a casa è più spensierato, i muri hanno un altro colore e l’aria è più leggera.

Oggi le spalle sono più dritte e più leggere.

 

ASCOLTARE IL DOLORE

In una sera fredda, dove la pioggia è mista alla neve.

Esco per portare la spazzatura, domani è il giorno di ritiro della indifferenziata e della plastica.

Esco veloce, appoggio i contenitori fuori sulla strada, mi stringo nel cappotto, è freddo, la pioggerellina mista a neve bagna gli occhiali e tenta di insinuarsi sotto al piumino.

Sto per aprire il portone quando mi sento chiamare.

Lì è cambiata tutta la prospettiva, non mi interessava più della pioggia, della neve, del freddo, del buio.

Era una amica che chiamava da dentro la sua auto, era in attesa della figlia e del nipote, chiamva, chiedeva ascolto in quel preciso istante.

Ed io ho ascoltato il suo dolore, non sapendo come consolarla, non essendoci maniera di lenire il suo dolore, non c’era maniera di comprendere perchè il destino, il fato o chi per lui, si fosse accanito in maniera così crudele nel giro di 5 anni con questa amica.

Mi sono sentita impotente, non potevo fare altro che ascoltarla, stringerle le mani, seduta di fianco a lei, in quella sera fredda che stava diventando sempre più fredda e sempre più buia.

Non ho potuto fare altro, le ho solamente asciugato le lacrime, non ho potuto fare altro che ascoltare il suo dolore.